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13:15 - sabato 04 febbraio 2012


La Locandiera

L'espediente di assegnare - con intento più o meno beffardo - dei ruoli di fanciulle ad attori maschi viene applicato di solito alle opere di Shakespeare, anche in virtù della ben nota usanza elisabettiana di proibire che le donne calcassero le scene: soltanto di interpretazioni della Bisbetica domata affidate soltanto a baldi giovanotti se ne sono contate, con esiti variamente convincenti, ben quattro negli ultimi anni, tre proposte da formazioni italiane, una firmata da un regista inglese: diverso, a seconda dei casi, il taglio dell'approccio, che andava dalla leggerezza scanzonata ai toni ambigui all'esasperazione grottesca.

È anche per questo che era parsa interessante l'idea della compagnia Quelli di Grock di applicare lo stesso metodo a un autore come Goldoni, in genere immune da simili manipolazioni dell'identità sessuale dei personaggi. Per giunta, ancora più irriguardosamente, il gruppo milanese ha deciso di praticare questo approccio proprio nei confronti di una delle figure più canoniche della nostra tradizione teatrale, la Mirandolina de La locandiera, una sorta di emblema della pacata verosimiglianza storica e del penetrante senso della misura con cui il drammaturgo veneziano tratteggia l'emancipazione delle sue creature femminili.

Va anche detto che Valeria Cavalli e Claudio Intropido, responsabili dell'insolita operazione, fanno di tutto per guardarsi da ogni eccesso parodistico: la Mirandolina del bravo Andrea Ruberti, col suo cranio rasato e il suo ampio sottanone scuro, più che a una banale esibizione en travesti fa pensare piuttosto a una grazia vagamente orientale, da danzatore giapponese, o a certe entità senza sesso come quelle che evocava Lindsey Kemp. Non dice una parola, ma si aggira alla ribalta col volto impassibile e i bicipiti muscolosi bene in vista, e tutta la sua carica di femminilità la esprime attraverso i gesti sorvegliati, le movenze silenziose.

Il problema non è dunque la protagonista goldonianamente scorretta, è semmai la relazione in cui si pone con gli altri: perché se dai a Mirandolina quella sorta di severità rituale, come se fosse estranea alle debolezze umane, accentui fatalmente gli aspetti caricaturali dei tre nobilastri che la corteggiano, per non dire delle due commedianti, Ortensia e Deianira, a loro volta incarnate da uomini. E il contrasto, in questo caso, non è lieve, perché le loro macchiette risultano abbastanza grevi, delle maschere farsesche, vien da dire, come se tutta la riforma di Goldoni, con la sua analisi sociale, con la sua cura dei caratteri, venisse azzerata in un istante.

La stessa locandiera, in questa chiave, non indica più un modello di donna pre-moderna, economicamente autonoma e libera nelle scelte: dunque, al di là dell'effetto sorprendente, cosa ci dice dopo un po' la sua presenza muta, quale significato attribuisce al testo?

di renato palazzi

(11:00 - 18 dic 2008)



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I vostri commenti

triacca scrive alle 14:06 - lun 05 gen 2009
trio1964@libero.it
Spettacolo molto deludente, avendo visto altre loro performance più valide. La bravura di alcuni interpreti non salva la performance da scelte di regia non convincenti: la macchiettistica, quasi irritante, accoppiata del ragionier fischietti e compare non fa, come penso fosse nelle intenzioni, decollare comicamente la commedia ma anzi contrasta in maniera non risolta con la fin troppo seriosa e per di più muta Mirandolina di un pur bravo Ruberti. Le scene mimiche corali (spostamento sui divani dei personaggi ad esempio), altrove efficaci, qui risultano compresse e artificiose quasi a voler colmare vuoti di idee: non basta l'idea di una Mirandolina uomo a salvare la performance.

gicor09 scrive alle 01:57 - ven 19 dic 2008
Trovo in questo tipo di operazioni, se non supportate da solide motivazioni socio artistiche, un inutile affaccendarsi in un tipo di ricerca ormai direi anni '60-70.
Credo che derivi dalla mancanza di idee concrete e anche un po' di ignoranza del fenomeno teatro.


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