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04:49 - giovedì 24 maggio 2012


Porcile

Come tutto il teatro di Pasolini, anche Porcile rivela una doppia anima, una precaria coesistenza fra due tematiche convergenti ma sostanzialmente diverse e a tratti persino opposte: da una parte c'è il severo apparato dimostrativo, la ponderosa analisi politica e sociale, dall'altra la dimensione insieme euforica e disperata della trasgressione, dell'orgogliosa rivendicazione di una tormentata diversità sessuale. Da un lato le minuziose argomentazioni ideologiche, dall'altro la metafora poetica, dagli impliciti risvolti personali. È lo stesso schema che, grosso modo, si coglie in Orgia, in Affabulazione e, più trasversalmente, in Bestia da stile.

Queste due chiavi di scrittura si incontrano, in Porcile, nel personaggio di Julian, il giovane protagonista: il padre, esponente di una grande dinastia industriale, è il prototipo di un capitalismo cinico e corrotto, a cui l'erede non vuole assomigliare, ma nei confronti del quale non sembra neppure intenzionato a opporsi. Come sottolinea il testo, «né obbedisce né disobbedisce», né si adegua ai modelli famigliari, né si unisce ai compagni che scendono in piazza a urlare la loro rabbia, ma esprime il proprio distacco praticando un'oscura promiscuità coi maiali del vicino allevamento, che alla fine, emblematicamente, lo divoreranno.

L'autore, in realtà, non dice mai chiaramente se questa attrazione vada intesa in senso fisico, come cruda manifestazione di zoofilia, o se ad essa si debba attribuire un valore puramente simbolico: lascia che l'immagine resti ambigua, incarnandovi insieme una degenerazione patologica della borghesia e la propria intima identificazione nell'idea di un eros come mera pulsione corporea. Di fatto, è una sintesi dell'atteggiamento di Pasolini nei confronti del Sessantotto, mai davvero condiviso, anzi guardato con sospetto, ma neanche ferocemente osteggiato, semplicemente scavalcato a favore di un altro tipo di liberazione dell'istinto.

Proprio in questa direzione va la nitida messinscena di Massimo Castri, che trasforma la vicenda in una sottile favola psicanalitica: sul verde prato in declivio ideato da Maurizio Balò, enormi fiori rendono Julian e Ida - la ragazzina che vorrebbe sedurlo - simili a due grotteschi bambini, e anche il filosofo Spinoza, che appare per spingere il protagonista a seguire la propria natura, è una figura fiabesca. Tra rigore didascalico e richiami autobiografici, il regista, coadiuvato da un gruppo di ottimi attori, sceglie dunque la via della regressione infantile, in un viaggio nell'inconscio che spezza certe pesantezze saggistiche e infonde al tutto vitalità teatrale.

Il tono è lieve, ma l'epilogo è dolente: chi sono infatti i maiali che fanno a pezzi Julian se non il padre e il suo socio-concorrente, con addosso delle maschere suine? Vano è il tentativo di uscire dalle regole, al proprio ambiente - fatalmente - non si sfugge.

La tournée 2008-2009 dello spettacolo

di renato palazzi

(15:17 - 09 dic 2008)



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