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12:24 - sabato 04 febbraio 2012


Un certo Signor G

Riascoltato a qualche anno di distanza, il repertorio di monologhi e canzoni che formavano l'ossatura degli spettacoli di Giorgio Gaber si conferma sempre più come uno sterminato affresco storico del costume italiano - o meglio ancora del pensiero, delle minime variazioni di gusti e di abitudini che hanno segnato la vita del nostro Paese - fra gli anni Settanta e l'inizio del nuovo secolo: ogni singolo spettacolo, rapportandosi al momento in cui nasceva, spostava un po' più in là l'analisi di ciò che siamo o di ciò che eravamo, ogni singolo spettacolo coglieva qualche ulteriore, impercettibile sfumatura dei nostri stati d'animo collettivi.

È forse proprio questo, ancor più della sua assenza fisica, a rendere così difficile il tentativo di riproporne i testi da parte di nuovi interpreti. Quello di Gaber è stato un viaggio ininterrotto e progressivo dentro un'epoca e una cultura, le cui tappe sviluppavano ciascuna un suo nucleo, una sua partitura emotiva: evidenziando certi umori a scapito di altri si finisce col darne una visione parziale e limitata. Se si punta sui toni più direttamente politici, verrà meno la vena esistenziale, se si coglie il sarcasmo si perde la tenerezza, e così via, perché siamo di fronte a un viluppo indissolubile di passioni pubbliche e sentimenti privati.

Così, ad esempio, Neri Marcorè in Un certo signor G. è indubbiamente bravo, canta e recita con sincera dedizione, non vuole "rifare" Gaber né sostituirsi a lui con un proprio approccio personale, pur mettendoci una sua vena più scanzonata e maliziosa. Anche la regia di Giorgio Gallione, con quella scena in cui le pagine di giornale paiono invadere allusivamente le porte e le finestre, in cui appare un gigantesco topo e scendono dall'alto dipinti metafisici, è elegante ed efficace. Eppure resta l'impressione che in tutta questa cura formale manchi qualcosa, e quel qualcosa non è solo la peculiare tensione espressiva di Gaber.

Il problema, a mio avviso, è in primo luogo drammaturgico: la scelta di comporre una sorta di mini-antologia del teatro-canzone, dai primi passi agli anni più recenti, toglie infatti un po' di forza alla materia, escludendo tutti quei piccoli passaggi interni che fanno di una serie di brani sparsi un copione dal senso compiuto. Forse per un naturale adattamento alla sensibilità dell'interprete, forse per andare incontro a un pubblico che non è più quello di allora, ne viene fuori un Gaber meno amaro e graffiante, più incline all'esasperazione grottesca di certi piccoli ticquotidiani: insomma, il Gaber che perde i pezzi, non quello per il quale la cintura è "di destra" e le bretelle sono "di sinistra", o che osserva con affettuoso raccapriccio i "cari polli d'allevamento".

Poi, certo, Marcorè - accompagnato da due pianiste - ci mette grande impegno, canta benissimo Il dilemma, ma ovviamente non è Gaber, non ha la sua capacità di dare spessore metaforico anche ai gesti più banali, comprarsi la moto o farsi uno shampoo.

La tournée 2009 dello spettacolo

di renato palazzi

(15:30 - 23 dic 2008)



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