Benché i segnali si cogliessero da tempo, colpisce la rapidità con cui una nuova generazione del teatro si sta oggi prepotentemente affacciando all'orizzonte: a dividerla da quella precedente, i Muta Imago, i Città di Ebla, non ci sono probabilmente che tre o quattro anni di differenza (intendendo ovviamente l'anagrafe dei gruppi, non l'età dei loro componenti) eppure le distanze sono enormi.
Che si tratti di una generazione, e non di una serie di formazioni in ordine sparso, lo dimostrano le affinità di uno stile fortemente riconoscibile, spoglio, spiazzante, il comune ricorso all'ironia, la palese fedeltà agli stessi modelli, primo tra i quali Rodrigo García.
In Post-it, lo spettacolo che il Teatro Sotterraneo ha realizzato nell'ambito di Fies Factory, il progetto di sostegno ad alcune giovani formazioni promosso dal festival Drodesera, l'influenza dell'artista argentino, più ancora che nei pezzi di carne gettati alla ribalta, o nella sferzante elencazione di film con un epilogo tragico, si avverte nella drastica rinuncia a qualunque traccia di convenzione drammatica: nel loro lavoro, come in quello di Babilonia Teatri (ma con un'impassibilità persino maggiore) non c'è posto per una vicenda da rappresentare, per dei personaggi identificabili, per un impegno in qualunque modo interpretativo.
A riempire la scena vuota, una scatola neutra di stoffa nera con dei tagli laterali dai quali passano i corpi e gli oggetti, ci sono solo quattro attori che costruiscono una tenue composizione di azioni volutamente, enigmaticamente elementari: percorrono geometricamente lo spazio, scompaiono e ricompaiono attraverso i suoi pertugi, talora sembrano quasi disarticolare la figura umana, immettono piccole suppellettili, un aspirapolvere, dei salvadanai. Per certi aspetti, non c'è neppure un filo conduttore: tocca allo spettatore, collegando impressioni sparse, rendersi conto a poco a poco che a fare da motivo portante è il tema della morte.
Dalla richiesta iniziale di un improbabile minuto di silenzio in onore di un amico scomparso, all'ingegnosa trovata di chiamare al cellulare un invisibile interlocutore perchè fornisca "in vivavoce" una sua definizione della fine, all'irresistibile commemorazione suggerita dal cadavere stesso a un oratore che non ne capisce bene le parole, l'argomento aleggia infatti stralunato e beffardo.
Il tutto potrebbe chiudersi con l'intenso rito funebre in cui uno dei quattro viene sepolto con le sue cose sotto un telo di cellophan. Ma agli autori pareva forse troppo emotivo: così, con esemplare coerenza, gli aggiungono un'altra conclusione, molto più gelida e dimessa.
Proprio questa scelta testimonia a mio avviso la personalità e il rigore del gruppo, che partendo da un apparente minimalismo, da un'essenzialità quasi giocosa, riesce a togliere e poi a togliere ancora qualcosa. È il succo del teatro che si fa ora: azzerare la forma, scavalcare ogni sorta di elaborazione estetica finché la nuda sostanza della vita trovi la strada per imporsi da sola.
di renato palazzi
(13:32 - 22 gen 2009)
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