Luca Ronconi ha scelto non a caso di dedicare buona parte della stagione del Piccolo Teatro alla scoperta delle opere di Jean-Luc Lagarce, un interessante autore francese morto di Aids nel '95, a soli trentotto anni. La sorte comune indurrebbe ad accostarlo a Koltès: ma il confronto, suggestivo, è di fatto improprio, perché quest'ultimo ci ha lasciato dei testi particolarmente forti, visionari, mentre de I pretendenti di Lagarce tutto si potrà dire, tranne che voglia esprimere una forza dirompente. Il suo tratto principale è infatti piuttosto nella raffinatezza di una scrittura elaboratissima, estrosa, spiazzante, basata su un ferreo rigore compositivo.
Fin dalla prima entrata dei personaggi - gli stralunati membri del consiglio direttivo di un centro culturale di provincia, impegnati nella nomina del nuovo direttore - spicca il loro modo di parlare artificioso, pieno di incisi e di avverbi fuori luogo: la costruzione della frase, ripetitiva, innaturalmente dilatata, sembra sempre restare in sospeso, senza portare a una logica conclusione del discorso. I dialoghi si interrompono nel bel mezzo di uno scambio di battute, e riprendono poi come per caso, quando meno te lo aspetti. Ne nasce una curiosa partitura verbale, sdrucciolevole, inconcludente, quasi staccata dalla reale consistenza delle cose.
A questa sorta di vacuità linguistica fa riscontro un intreccio che sembra girare attorno al vuoto. Le figurette mediocri e un po' mostruose che intessono senza sosta le loro ottuse manovre di potere dovrebbero esercitare il pensiero e l'intelletto, ma non compiono un solo gesto che ne testimoni un qualche impegno in questo senso: badano ai propri meschini interessi, si perdono in squallidi scontri coniugali tra mariti sottomessi e mogli isteriche, sono comicamente proni di fronte al funzionario del ministero arrivato dalla capitale. Nel suo svagato minimalismo, la pièce traccia un ritratto impietoso di una certa umanità del nostro tempo.
L'occasione, oltre a far conoscere un nuovo drammaturgo, segna anche in qualche modo la consacrazione di un regista di talento, il giovane Carmelo Rifici, cui Ronconi ha lasciato la responsabilità dello spettacolo per ragioni di salute: in una scena essenzialissima, uno spazio spoglio, arredato solo da alcune sedie di metallo e da una scrivania che scende dal soffitto come un deus ex machina, Rifici dimostra una spiccata personalità, calibrando abilmente un complesso concertato recitativo, e guidando con sicurezza una compagnia di diciassette ottimi attori, fra cui spiccano Francesca Ciocchetti, Bruna Rossi, Massimo De Francovich, Paola Bacci.
di renato palazzi
(13:32 - 09 feb 2009)
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