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15:59 - luned́ 21 maggio 2012


Giusto la fine del mondo

È evidente che le opere di Jean-Luc Lagarce - l'autore francese morto di Aids nel '95, a cui il Piccolo Teatro di Milano ha dedicato due spettacoli - si basano soprattutto su una scrittura elaboratissima, che parte da un'insolita architettura linguistica: i personaggi di Lagarce parlano una lingua complessa, artificiosa, fatta di continui incisi, di deviazioni, di slittamenti per via dei quali si direbbe che i discorsi non arrivino mai alla conclusione. Nei suoi testi la realtà sembra sempre porsi in subordine rispetto al linguaggio, che la plasma, la modella e forse addirittura si sostituisce ad essa.

Nella prima pièce, I pretendenti (leggi la recensione) la tortuosità verbale creava di per sé la caricatura di un ottuso potere di provincia, con un effetto molto affascinante, seppure alquanto formale. In questa seconda, invece, la forma si fa sostanza, la tecnica di costruzione della frase si dilata fino a diventare una tecnica di costruzione della trama, dunque una metafora della vita. Al centro di essa c'è infatti un uomo che, sapendo di dover morire di lì a poco, vuole informare la famiglia, da cui si è distaccato anni prima: arrivato a casa, però, esita, attende, non trova o non vuole trovare il momento per parlare: ascolta gli altri, e riparte senza averne fatto cenno.

Al silenzio di Louis, il protagonista - un trentaquattrenne scrittore omosessuale, che se n'è andato forse per via della sua diversità, forse per insofferenza nei confronti dell'ambiente piccolo-borghese - fa riscontro la reticenza della madre, della sorella, del fratello, della cognata: tutti sembrano sempre sull'orlo di svelare chissà quali verità, tutti si fermano un attimo prima di arrivarci. Per tratteggiare questi indugi espressivi l'autore sfoggia un inesauribile repertorio di espedienti dilatori, riempie i loro discorsi di gaffe, imbarazzi, blocchi emotivi, li costringe a interrompersi, a correggersi, a interrogarsi sulla correttezza delle proprie parole.

Il procedimento prediletto da Lagarce resta comunque quello dell'estenuante ripetizione. In questo senso ci sono delle battute - mai, però, degli scambi di opinioni, estranei alle loro attitudini - che sono arditi esercizi di ingegneria sintattica: "Tu gli stringi la mano, lui le stringe la mano. Tu non gli stringi subito la mano? Non si stringono la mano". Ma anche nell'uso dei verbi vengono introdotti qui degli impercettibili spiazzamenti temporali, per cui non sappiamo se i fatti si svolgano al presente, se siano solo immaginati, ipotizzati per un prossimo futuro, o siano invece già accaduti in un passato che la morte ha reso ormai lontano.

Per tutte queste ragioni Giusto la fine del mondo non ha nulla a che fare con ciò che potrebbe sembrare, e ad alcuni è sembrato, cioè un dramma naturalistico, un inferno domestico a forti tinte: Lagarce non è StrindbergO' Neill, lui i disagi della famiglia li usa per rimandare ad altro, all'impossibilità di far conoscere (o semplicemente di riconoscere) i propri sentimenti. Non è neppure, come si potrebbe pensare, un testo sull'incomunicabilità, visto che tutti credono o si sforzano di comunicare: è piuttosto un testo sull'impenetrabilità della vita, sullo strazio di quei brevi istanti in cui la vita pare passarci accanto, ma non riusciamo a fermarla.

Lo stile di Lagarce, così frenato, così distante, ben si adatta alle minuziose scomposizioni interpretative praticate da Ronconi: per qualcuno, il regista ha eccessivamente raggelato la materia, ma a mio avviso proprio dal gelo - ancor più che dalla morte incombente di Louis - deriva quel nucleo di dolore che investe lo spettatore senza tregua. Personalmente, anzi, ho trovato che il gran monologo finale del fratello, il bravissimo Pierluigi Corallo, per quanto trascinante rompa fin troppo quel clima rigorosamente sospeso. È perfetta, in questo senso, Francesca Ciocchetti, la cognata, che dice e non dice, allude, lascia intendere.

Visto al Piccolo Teatro Studio di Milano

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di renato palazzi

(18:27 - 31 mar 2009)



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