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16:03 - luned́ 21 maggio 2012


Il vantone

Quando, nel ‘61, Vittorio Gassman chiese a Pasolini di lavorare a un adattamento del Miles gloriosus di Plauto - quel testo, intitolato Il vantone, che l'attore non ebbe poi modo di rappresentare, e che andò in scena un paio d'anni dopo a opera di Franco Enriquez - diede più o meno inconsapevolmente una forte spinta alla messa a fuoco del teatro pasoliniano. Lo scrittore aveva già composto alcuni drammi giovanili, fra cui I Turcs tal Friul e Nel '46!, che egli stesso considerava tuttavia delle prove "minori". C'era stata quindi la traduzione, sempre per Gassman, dell'Orestiade, che però una traduzione appunto restava, per quanto ispirata.

Col Vantone, Pasolini faceva invece qualcosa di più: prendeva un classico e se ne impossessava, lo piegava alle proprie esigenze espressive. Al centro dell'operazione, che segue sostanzialmente la trama plautina, spicca il motivo della lingua, quel romanesco ispido, greve che riflette la parlata e l'ambiente delle borgate. L'azione in sé è in fondo irrilevante: il tema dell'astuto servo che aiuta un giovane a rapire la fanciulla amata, sottraendola a un soldato millantatore, e per giunta fa sì che costui venga punito e malmenato, è quasi una pura citazione. Ciò che conta è la parola col suo carico di fisicità, di sensazioni tattili, visive, olfattive.

L'importanza della proposta, sia chiaro - per quanto forte e possente possa risultare questo impianto verbale - non consiste nella mera trasposizione dialettale: la sua ragion d'essere, in un simile contesto, non è il dialetto in sé, ma ciò che esso significa in quegli anni. È l'epoca della prima diffusione su vasta scala della televisione, che Pasolini non a caso identifica con un processo di massiccia omologazione linguistica - e dunque sociale, culturale - del popolo italiano, col progressivo abbattimento di quelle differenze fra le classi, di cui il poeta individua appunto il nucleo nel progressivo appiattimento dell'universo delle borgate.

Affrontare oggi il Vantone vuol dire dunque in primo luogo tornare a interrogarsi su una fase per molti aspetti cruciale dell'Italia del secondo Novecento: poi, certo, dalla vicenda, al di là del suo valore esemplificativo, non si può ricavare più di tanto: ma il regista Roberto Valerio, in questo allestimento co-prodotto dai Teatridithalia e dall'Associazione Teatrale Pistoiese, è bravo a stagliare i personaggi in una luce livida, sottilmente truculenta, mescolando umori plebei a echi del varietà e della rivista, fra Petrolini e una grottesca Wanda Osiris en travesti. Manca, forse, la trovata spiazzante, ma l'approccio è complessivamente efficace.

Visto al Teatro Leonardo di Milano

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di renato palazzi

(16:30 - 17 mar 2009)



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