Work in progress è il titolo dell'esemplare iniziativa con cui il Teatro Litta di Milano si fa carico di sostenere e valorizzare dei registi emergenti. Il percorso di crescita dura tre anni, nel corso dei quali è prevista la realizzazione di altrettanti spettacoli. Il direttore artistico, Antonio Syxty, ne segue l'andamento con occhio vigile, senza tuttavia intervenire direttamente. Il giovane talento che sta attualmente completando il suo cammino si chiama Claudio Autelli: dopo avere firmato, il primo anno, una singolare messinscena dell'Antigone di Anouilh (leggi la recensione), e il secondo una personale riscrittura dell'Otello scespiriano (leggi la recensione), affronta ora L'amante di Pinter.
L'omaggio all'autore recentemente scomparso è più che naturale: ma va anche detto che - indipendentemente dalla qualità dello spettacolo - la chiusura del ciclo è parsa un po' in tono minore. Il passaggio dal recupero di una sofisticata pièce francese degli anni Quaranta e da una pungente reinterpretazione di un classico a questo testo scarno, esilissimo, costruito su due soli personaggi, non fa proprio pensare a un crescendo di complessità. La scelta dell'ultima opera, del resto, non è a carico del regista, ma del teatro, e forse lo si avverte: con le atmosfere pinteriane Autelli dà infatti l'impressione di ingaggiare un furioso corpo a corpo.
Al centro de L'amante c'è una rispettabile coppia borghese nella quale sia il marito che la moglie, incontrandosi a fine giornata, non mancano di descriversi le ore passate coi rispettivi amanti: ma in breve scopriamo che i presunti estranei non esistono, sono solo loro che simulano i tradimenti per ravvivare un rapporto ormai stanco. La regia non si limita a esasperare la recitazione dei bravi Valentina Picello e Michele Schiano di Cola, accentuandone i toni parodistici, facendoli muovere come rigide marionette appese a tratti a delle grucce che pendono dal soffitto: essa prova a ribaltare la sostanza stessa dell'azione, la sua trama impalpabile, allusiva.
Cancellando l'elegante salotto in cui si svolgono gli avvenimenti, precipitandone gli arredi in un caos informe, dove i personaggi appaiono in un abbigliamento grottescamente succinto, mutande, canottiere, collant cui si aggiungono all'occorrenza pochi capi essenziali per simulare gli incongrui travestimenti, Autelli infatti non annulla semplicemente l'ambiente sociale che fa da sfondo ai loro riti: la privazione della dignità del vestito, in qualche modo, tocca il tema più ampio dell'identità, ne fa delle entità primordiali, indifferenziate, come se - al di là del gioco erotico - l'individuo in sé non esistesse, si riducesse alle maschere che indossa.
Questo taglio nero, pessimista scuote dalle fondamenta le sottili geometrie di Pinter, le sprofonda in un piccolo inferno quotidiano che non esclude però uno spiraglio di speranza: forse, proprio la percezione della loro solitudine potrebbe schiudere ai due - nel finale, scandito dalla Canzone dei vecchi amanti di Battiato - la prospettiva di un incontro vero, di un possibile riscatto.
Visto al Teatro Litta di Milano
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di renato palazzi
(18:58 - 24 mar 2009)
Elfopuck scrive alle 16:19 - gio 16 apr 2009
Delude la regia di Autelli, che invece con Otello e La Licenza aveva - secondo me - dato prova delle sue notevoli doti espressive. Di quelle regie resta solo la capacità di costruire incisive immagini evocative di situazioni e stati d'animo. Tuttavia la resa grottesca e quasi parodistica del testo di Pinter quasi rade al suolo l'opera stessa, annullandone tutte le caratteristiche su cui si poggia (silenzi, sottotesti, psicologie) e lasciando solo macerie. Sembra che Autelli odi Pinter e L'Amante e i due bravi attori non possono far altro che allinearsi a questa furia distruttrice. Peccato.
Voto utenti:
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