L'Antigone sta tornando prepotentemente protagonista delle scene italiana. Sempre più numerosi, infatti, sono gli allestimenti della tragedia di Sofocle che si è imposta nella storia culturale occidentale come un oscuro punto di riferimento, un rebus che molti, in varie epoche, hanno tentato di risolvere.
La sua ambivalenza, il continuo spostare l'asse del discorso attraversando etica e politica, passando per il rifiuto delle convenzioni sociali, fino all'annosa questione dell'identità del singolo, l'ha resa passibile di letture e interpretazioni fra le più varie. In particolare in area tedesca, è stata oggetto di studio da parte di Hegel, Hölderlin e Goethe, che con animo ed intenti differenti vi si sono accostati.
Il Novecento, poi, si è aperto al confronto con la tragedia sofoclea in modo quasi ossessivo. Ad essa ritornano Heidegger, Bultmann, Lacan, Derrida e finalmente le donne: Martha Nussbaum, Luce Irigaray, Judith Butler, Adriana Cavarero, Maria Zambrano, Simone Weil, Marguerite Yourcenar. Così, durante il primo conflitto mondiale, Romain Rolland lanciò un appello a favore di un armistizio per la sepoltura dei morti a nome di tutte le "Antigoni della terra": era impossibile nell'epoca dei totalitarismi non ravvisare nei tratti di Creonte un dittatore e in quelli di Antigone quelli dell'eroica paladina del bene che con il suo gesto rivendica fino alla morte il diritto di resistenza ad un potere violento.
Alla fine dell'orrore della seconda guerra mondiale, Brecht riprese e riscrisse l'Antigone di Hölderlin per ricontestualizzarla nell'ambito della catastrofe appena conclusa. La figlia d'Edipo, dunque, può essere definita rivoluzionaria, pre-pacifista ghandiana, o rappresentante del diritto dei cittadini di manifestare il proprio dissenso nei confronti delle politiche di Stato. Così nel 1967, in piena guerra del Vietnam, il Living Theatre rielabora il Modell di Brecht portando in scena uno spettacolo dirompente e scandaloso. L'elenco non è certo esaustivo, né vuole esserlo: ma è evidente lo sconfinamento della tragedia in campi d'azione molteplici che da questa hanno tratto linfa vitale per rileggere e ripensare il presente.
Ed era forse inevitabile l'incontro tra il Teatro del Lemming di Rovigo e la tragedia di Sofocle. Il gruppo guidato da Massimo Munaro da sempre entra nel mito tragico, rovistandolo e reinventandolo alla luce di una partecipazione - più emotiva che razionale - a favore dello spettatore. Con Antigone, dunque, il Lemming aggiunge un nuovo prezioso capitolo a quella ostinata e raffinata ricerca, destinata - come nelle prove precedenti - a far discutere, a trovare grandi adesioni o ferme prese di distanza. Perché il limite sottile - su cui argutamente gioca il gruppo - è quello dell'esperienza evenemenziale, dell'emotività insomma, anche a scapito di una linearità di lettura facilmente e felicemente mutata in una tendenziosità rivendicata ma coerente.
Così è per questa Antigone: nello spazio vivacissimo del teatro Fondamenta Nuove di Venezia, nell'ambito della Biennale teatro, è lo stesso regista Munaro a vestire i panni di un Creonte nerovestito. Si rivolge al pubblico: "voi siete dalla parte di Creonte", dichiara. Cioè a dire, voi siete la polis, siete il coro, siete la solidità della struttura civile. Subito, a far da controcanto, ecco Antigone: la straordinaria Elisa Chiara Rossini, in una lingua antica ed evocativa, con passione struggente di sguardi e gesti, invita il pubblico a stare dalla sua parte. Ecco, siamo già al centro del conflitto: si tratta di scegliere. Tra il politico imbonitore suadente e rigoroso, e la donna passionale e commovente. Alcuni spettatori, soprattutto giovani donne, si alzano, raggiungono il palcoscenico - il territorio di Antigone, la soglia dei morti - e saranno subito il coro, guidato con precisione e perizia dalle tre attrici del gruppo (oltre alla Rossini, sono in scena Fiorella Tommasini e Diana Ferrantini). La vicenda, poi, prosegue seguendo a grandi linee le tappe saliente della tragedia: lo scontro tra Creonte e il figlio Emone, la condanna di Antigone, la follia lucida del re...
Il Lemming allestisce uno spettacolo che ha momenti di rara bellezza: basta un'anguria spaccata violentemente a terra per rendere evidenti i resti straziati di Polinice, e quel coro improvvisato ma consapevole, che parla all'unisono, è di grande impatto. Poi un sipario cala assoluto tra scena e platea: di qua la città, che sopravvive ascoltando i lamenti nostalgici di Creonte, mentre immagini scorrono lente evocando tracce di vita comune; di là - ma non è dato vedere - continua invece il rito antico e tragico di Antigone.
Munaro, dunque, ha scelto di dare per assodate le letture "politiche" della tragedia, lo scontro tra hybris rappresentate dai due protagonisti, e vira più ad un piano intimo, privato: mettendo però il pubblico di fronte a se stesso. Coro consapevole, dunque, e non cinicamente distratto, semmai complice. Ed è questo il punto di forza di un lavoro che, nonostante alcune insistenze, non può lasciare indifferenti.
di andrea porcheddu
(18:32 - 19 mar 2009)
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