Beckett, Beckett e ancora Beckett. Con il suo mondo segnato dallo scorrere di un tempo apparentemente immobile, l'impossibilità di comunicare, il cercare senza meta, l'andare e il venire, l'immobilità e il desiderio di movimento, il silenzio e la parola in libertà, il monologo come flusso ininterrotto di esperienza, la solitudine.
Per la terza volta di fronte a un autore con il quale si sentono particolarmente in sintonia, il gruppo torinese dei Marcido Marcidorjs, da quasi venticinque anni una della realtà più stimolanti della teatro di ricerca, dopo Happy Days in Marcido's Fields (da Happy days) e Trio Party (da Quella volta, Dondolo, Non io) scelgono un romanzo non molto frequentato del grande scrittore irlandese, L'innominabile (1953), adattato non solo per le scene ma anche e soprattutto al modo di pensare, di "fare", di vivere il teatro dei Marcido. Che il teatro cominci, allora.
Ecco un sipario con un uomo nudo ritratto: una specie di Buddha solitario che guarda nel vuoto incerto fra la contemplazione e l'inquietudine. Il sipario si apre e in scena appaiono cinque grandi croci di latta alle quali stanno legati per le mani anzi crocefissi cinque personaggi che hanno sopra la testa una corona di latta alla quale stanno appese delle mollette per il bucato che è poi la loro derisoria corona di spine. E i cinque che stanno appesi alle croci in questa specie di cimitero espressionista inventato dal talento di Daniela Dal Cin, portano una tuta di colori diversi, enormi scarpe nere da clown e soprattutto, indossano delle maschere grottesche e quasi animalesche, che ricoprono interamente i loro volti, con grandi, sporgenti occhi a palla destinati a rimanere eternamente spalancati - si direbbe - sul nulla. Le parole si trasformano in polifonia in un concerto di voci a cinque dove i solisti sono tre (Marco Isidori che è anche il regista, Maria Luisa Abate, Paolo Oricco, bravissimi) mentre Anna Fantozzi e Stefano Re sono il coro.
Isidori trasforma le parole del narratore del romanzo in uno straordinario monologo segmentato e continuamente interrotto, dove ci si interroga senza speranza sul senso della vita, cercando e non cercando più, smettendola di ragionare e continuando a farlo, cominciando senza avere mai cominciato. Voci e suoni sottolineati, data la costrizione del luogo, da una perfetta gestualità da marionette biomeccaniche, quasi murate vive ma in realtà continuamente alla ricerca dell'altro, creando quasi un essere dalla testa enorme, moltiplicato per cinque che s'interroga sul senso della vita e che non può fare a meno di sentirsi ancora parte del genere umano, malgrado tutto.
Uno spettacolo inquietante che possiede una grande forza interiore e plastica, che riempie i vuoti, i silenzi, i punti di sospensione, l'ironico e disperato nulla del testo beckettiano. Ancora e ancora, come sottolinea nello stupendo e spiazzante finale, l'inimitabile voce di Mina. Da non perdere.
Visto al Teatro Out Off di Milano. Dal 26 al 31 maggio al Teatro Gobetti di Torino
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di maria grazia gregori
(13:04 - 20 apr 2009)
Voto utenti:
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