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16:04 - luned́ 21 maggio 2012


Odissea di César Brie

Ognuno ha la sua Itaca, intesa come luogo delle memorie e delle nostalgie - ce l'ha insegnato il grande poeta Kavafis - e la sua odissea da raccontare e dunque anche il suo Ulisse. Anzi ognuno è l'Ulisse di se stesso.

Lo spettacolo di César Brie e del suo Teatro de los Andes che prende il titolo dal celeberrimo poema omerico, di classico ha allo steso tempo molto e pochissimo. L'impianto avventuroso del testo, le vicende dell'eroe greco costretto a un ritorno lunghissimo, le sue avventure soprattutto amorose ci sono tutte, compreso lo spaesamento di un uomo che si trova a combattere con le avversità e soprattutto con se stesso. Ma la chiave di lettura del regista argentino, formatosi con Eugenio Barba, si rivolge al mitico viaggio di Ulisse secondo un'ottica molto diversa da quella classica.

Brie, infatti, reinventa la vicenda anzi la riscrive secondo un'ottica contemporanea, personale. Così l'Odissea di Ulisse re di Itaca si trasforma nel racconto, nell'odissea dei poveri cristi che abbandonano tutto per andare alla ricerca di un lavoro e con il lavoro di una nuova dignità, dei mezzi per garantire la sopravvivenza e l'avvenire delle proprie famiglie. Ulisse sono in molti, ci racconta lo spettacolo del Teatro de los Andes: è un nome comune con tanti cognomi diversi, il prototipo di una persona costretta dai fatti della vita ad andare raminga. Certo ci sono gli incontri e le rare tenerezze. Ma soprattutto ci sono le violenze, che rendono così difficile conservare la propria dignità, il senso delle proprie radici, la memoria di casa e degli affetti.

La vita è lotta e il ritorno a casa si può muovere in parallelo anche se i Proci non ci sono e le mogli e i figli non hanno l'accortezza di Penelope e di Telemaco e magari non c'è neppure un cane spelacchiato come Argo ad aspettarti.

César Brie costruisce il suo spettacolo con la sua compagnia, che rappresenta anche visivamente i diversi Paesi del continente sudamericano con una semplicità mai fine a se stessa, che ci commuove. Bastano pochi oggetti, dei sipari di canne che si aprono e si chiudono, a suggerirci spazi diversi e diverse situazioni. Il resto lo fanno gli attori con il loro corpo, la loro gestualità, la loro prepotente presenza scenica, i loro canti, le loro danze.

È un teatro "necessario" quello di questo gruppo che ha vent'anni di vita e che la necessità ha reso internazionale, un teatro "politico" nel senso più profondo del termine, che appartiene alla nostra vita. Che ci fa desiderare un ritorno a casa, costi quello che costi. Ulisse, dunque, incarna in qualche modo la fantasia, il mito, l'avventura, la speranza, la realtà nostra e loro.

Visto al Teatro dell'Elfo di Milano

Le prossime date della tournée dello spettacolo

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di maria grazia gregori

(13:33 - 02 apr 2009)



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I vostri commenti

bo scrive alle 20:21 - sab 25 apr 2009
E' uno spettacolo che ti cambia la vita, perchè ci ritrovi la tua vita e la tua storia. La ricerca e la deriva, le soluzioni apparenti e quelle definitive...forse definitive. L'inizio, il percorso, la fine. Nuovi inizi, l'inquietudine della ricerca, la stupidità di perdersi dentro al nulla, il ritrovarsi, la speranza di trovare pace e stabilità.
E' uno spettacolo forte nelle immagini che evoca e per il sorriso che induce, ma poi ti emoziona fino alle lacrime. Grande regia e recitazione.

Elfopuck scrive alle 15:47 - gio 16 apr 2009
Spettacolo densissimo, forse troppo, con un sovraffollamento di idee ed input sia estetici che di contenuto. Nel complesso pero' un bel lavoro davvero, con la pecca di un calo di tensione della prima metà del secondo atto e di una deriva espressiva (quella piu' politica dell'invettiva rabbiosa degli immigrati) che stona con la poesia e l'equilibrio che pervade tutta la messinscena.
Notevole la cifra qualitativa del gruppo e lo spessore della rilettura omerica (una delle migliori che mi sia capitato di vedere) che attualizza (nel contesto e nei temi) pur restando fedele all'opera originaria. E' un lavoro davvero di qualità dal quale traspaiono ampiamente gli sforzi di ricerca e analisi fatti dal regista e dagli attori, nonchè l'investimento di tempo e di passione che esso ha comportato.
E pur in un contesto di ricerca, è stato un lavoro davvero teatrale, è stato Teatro allo stato puro...


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