Della generazione di mezzo dei coreografi italiani indipendenti - quella oggi sui quarant'anni - la ferrarese Monica Casadei è sicuramente quella che ha avuto - e ha, probabilmente - la maggiore esposizione. I suoi lavori hanno una bella diffusione sul territorio, vengono selezionati per rappresentarci all'estero (come al recente festival internazionale del libro in Messico) e spesso e volentieri debuttano su scene ambite e importanti.
Il filone inaugurato nel 2005 e dedicato all'incontro con "culture-altre"'- prima Brasile e Cuba, Messico e India e oggi la Turchia - è inoltre un bel viatico tematico che, anche se praticato già da altri, a partire dalla somma Pina Bausch, consente all'autrice un'inesauribile fonte di ispirazione e al pubblico un facile passepartout per entrare nella lettura, comprensione e godimento dello spettacolo di danza.
Se dunque sono molti gli atout che questa coreografa ha dalla sua, il surmenage a cui si è sottoposta negli ultimi anni (dal '97 ha firmato ben 24 creazioni!) rischia di farla scivolare nella routine, sia nelle modalità di composizione e impianto registico, che nell'elaborazione di un proprio, riconoscibile linguaggio coreografico.
Lo si è visto chiaramente in occasione della prima assoluta di Turkish Bazaar - Il sultanato delle donne, che ha debuttato qualche giorno fa nella prestigiosa sede del Teatro Comunale Luciano Pavarotti di Modena. Prima parte di un progetto che prossimamente vedrà un secondo tassello al maschile, Bazaar è un sestetto femminile che vuole raccontare la complessità culturale di quella terra di confine, attraverso una metaforica lettura della condizione della donna, che rimanda a molteplici suggestioni, anche coreografiche. Non a caso, spunto semantico è quella che volgarmente si conosce come danza del ventre, e che nasce come danza propiziatoria, certamente mistica, legata ai riti della fertilità e per questo esaltante, nelle sue movenze ritmate e ondulatorie, il corpo femminile. Casadei la cita fin dall'inizio, con un ventre che si staglia dal buio della scena e ondeggia come un suadente e carnoso simbolo atavico. E frammenti e stilemi della danza orientale, con colpi d'anca e braccia avvolgenti, si intessono nel movimento ora frenetico, ora statico, purtroppo spesso sporco, delle danzatrici di Artemis, cui la Casadei non resiste di tracciare la consueta sfilata in abiti da sera - secondo una tradizione bauschiana che non ha senso senza le danzatrici della Bausch - con ammiccamenti, saluti, frizzi e lazzi secondo un copione che però non sembra pienamente interiorizzato dalle danzatrici.
Fortunatamente privo, come nei lavori precedenti, di scene bozzettistiche banalizzanti, Bazaar deve infatti contare solo sulla forza espressiva ed evocativa della coreografia e sulla qualità delle interpreti. E proprio la prova delle danzatrici (che a tratti sembrano disorientate) e uno sviluppo coreografico che pare quasi avvolgersi su se stesso, ripetendo costantemente tre o quattro intuizioni teatrali e dinamiche, fa sospettare che il lavoro sia andato in scena senza la dovuta maturazione, in maniera frettolosa o quantomeno non compiuta.
Peccato, perché il palcoscenico da cui Turkish Bazaar è stato lanciato è davvero importante e - vista la rarità con cui avvengono queste opportunità per le compagnie di danza contemporanea italiana - certe occasioni andrebbero colte a pieno. Ma forse bisognerebbe che i nostri autori non si facessero strangolare dal perverso gioco del mercato (che chiede la novità a tutti i costi) e riuscissero a prendere le distanze dalle logiche produttive, per dedicarsi più all'ascolto di se stessi e delle proprie esigenze. Per arrivare a elaborare una creazione artistica quando se ne sente intimamente, profondamente, la necessità.
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di silvia poletti
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