Una stanza quasi buia, lampadari coperti, finestre ermeticamente chiuse, che si proietta verso la sala dove stanno gli spettatori. Le pareti, da entrambi i lati, sono scandite verso l'alto da una serie di televisori che rimandano immagini di corse di cavalli come se anche il pubblico facesse parte di quel gioco al massacro che si consuma in scena fra un uomo e una donna non più giovani che sembrano giocare con la vita tanto da darsi i nomignoli di Bambina e di Bambino.
Solo che quella vita che lì si rappresenta è una parvenza della vita reale: lei condannata da una malattia rara che le rende insopportabile la luce, che può darle la morte, costretta a portare gli occhiali scuri e a vivere da sepolta viva; lui che vive una vita del tutto inventata di fuori, fra bar, aperitivi e night club, assumendo ogni volta ruoli diversi ma che torna sempre lì dove lei vive. Bambina è molto ricca: l'unica cosa che la fa sentire viva è giocare alle corse, connettendosi direttamente da casa con tutti i centri di scommesse del mondo. Perdendo sempre, però, perché per partito preso non segue mai i consigli di lui che è un vero genietto delle corse ma che non può giocare di suo perché non ha il becco di un quattrino.
Quella che lega lui e lei è una storia d'amore. E come tutte le storie d'amore è un concentrato di bene, di cattiveria, di egoismo, di tenerezza, di dedizione e di rifiuto. E di un desiderio di possesso che in lei nasce dalla paura di essere abbandonata, che lui non torni più dai suoi giri e dai suoi incontri forse immaginari. In lui, invece, questo desiderio di possesso nasce dal desiderio di difendere lei a ogni costo perché non compia un gesto disperato fino a quando - la speranza è dura a morire - ci sia uno spiraglio di impossibile guarigione. Di questo e di Attila, Passion Flower, Bessie Smith, Antonio e Cleopatra che sono poi nomi di cavalli, campioni di ippodromi reali e immaginari, parlano quei due sequestrati volontari perché tutto è meglio, tutto aiuta a sentirsi anche solo parzialmente vivi rispetto al silenzio della solitudine.
Questo gioco a due disperato e dolcissimo, ironico e crudele, si fa sempre più serrato e inquietante nel ricordo struggente di ciò che è stato e che non è più e che non potrà mai tornare. Fino a quando lui intuisce - ma il testo resta come sospeso sul baratro di una morte annunciata, di una solitudine prossima -, che forse il lasciarla andare è l'unico gesto d'amore davvero possibile. Ma fuori ormai il sole è tramontato... E domani?
Antonio e Cleopatra alle corse (che ha vinto il premio speciale della giuria al Premio Riccione del 2007), di Roberto Cavosi, autore fra i più interessanti della nostra nuova drammaturgia e anche fra i più rappresentati sulle nostre scene, è una commedia bellissima e crudele, piena di humour, che la coinvolgente regia di Andrée Ruth Shammah affronta con la forza di un sorriso che non vuole nascondere la disperazione, ma sottolinearla con quello scarto surreale che è tipico di tutto il teatro di Cavosi. E poi, last but not least, ci sono loro: Bambino e Bambina, cioè Anna Maria Guarnieri e Luciano Virgilio, fantastici in questo ping pong strindberghiano, lei con una insinuante crudeltà sottile che è fatta di paura e di angoscia; lui con quella sorniona generosità che è la cifra della sua umanità. Una gran coppia di interpreti. Da non perdere.
di maria grazia gregori
(18:44 - 20 mag 2009)
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