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04:56 - giovedì 24 maggio 2012


I demoni di Peter Stein

Girerà il mondo I demonî di Peter Stein: mica male per uno spettacolo che non si doveva fare. E ovunque andrà - c'è da giurarlo - troverà lo stesso pubblico entusiasta e attentissimo delle prime due recite a Milano. Un pubblico non tanto di addetti ai lavori, un po' come era successo a San Pancrazio al suo debutto quest'estate, quanto "normalmente" trasversale: cinquecento spettatori a sera per quattro recite sold out, come esaurite sono le rappresentazioni in tutto il mondo. Dodici ore di teatro: una bella fatica anche per chi è abituato agli spettacoli lunghi. Ma, credete, ne vale la pena.

Da che cosa nasce il successo di questo fluviale, geniale spettacolo? Innanzi tutto dal testo, un romanzo che ha significato moltissimo per molte generazioni, un romanzo testamento dove si concretizzano non solo le pulsioni più generose e più abbiette degli uomini, ma dove, lungo 900 pagine, si pongono domande che riguardano la nostra modernità, il nostro esserci qui ed ora e che coinvolgono l'etica, la morale, la generosità, la consapevolezza molto progressista e che era stata anche di Gorkij (altro autore frequentato da Stein) per esempio, che tutto sta nell'uomo, che è l'uomo con il suo agire, con la sua consapevolezza a costruire un futuro che si vorrebbe migliore.

Certo i personaggi dei Demonî tendono all'alto ma spesso naufragano miseramente nelle loro passioni, nel senso cupo di una predestinazione allo scacco, nella crudeltà verso i propri simili, nei guasti di una politica che disumanizza l'uomo. Perfino lo slancio verso il divino fa i conti con una forza che miserevolmente attrae verso il basso. Così gli ideali di riscatto, di solidarietà, di giustizia sociale restano una chimera come del resto l'amore.

Su questo tessuto, dentro una società borghese ma anche altolocata oppure formata da poveri cristi, da anime perse gettate allo sbaraglio dai nuovi rivoluzionari, Peter Stein ha costruito un affresco di enorme forza emozionale enucleando, grazie a una recitazione modernissima, quanto di questo grande romanzo coinvolge la nostra contemporaneità. I personaggi sostanzialmente senza qualità di Dostoevskij gli permettono di farlo, come glielo permettono i 26 attori che agiscono in scena con una prova veramente maiuscola, senza orpelli, senza strafare, senza gigioneggiare, e ditemi voi se è poco.

Del resto i personaggi che lungo le dodici ore di questo kolossal (interrotto da frequenti brevi intervalli e da due lunghe pause) si confrontano, forniscono uno spaccato esemplare della piramidale società russa di quegli anni. C'è la generalessa abituata al comando, faro riconosciuto della società; l'intellettuale che infarcisce ogni suo discorso con parole francesi secondo la moda dell'epoca; il giovane che non sa che fare della propria vita, predestinato al fallimento e alla rovina; il rivoluzionario che insegue la follia radicale della propria idea senza curarsi della realtà; donne e uomini che amano infelicemente o che sono incapaci d'amare, parenti poveri, ambiziose autorità politiche, povere ragazze storpie pronte a essere sacrificate, ubriaconi... È su questo magma, su questa girandola di personaggi e di situazioni che Stein conferma non solo la sua genialità ma anche la sua capacità di tenere in mano e di svolgere il bandolo della matassa fino al disperato finale, che lascia tutti sconfitti e dove a trionfare, semmai, è la solitudine di chi resta.

Per mettere in scena questa vera e propria epopea, Stein non ha bisogno di scenografie complesse: gli bastano alcuni mobili della sua casa, le scene si cambiano a vista grazie a pannelli su rotelle mosse dagli attori e da qualche tecnico, i momenti più importanti sono sostenuti da una colonna sonora composta ed eseguita dal vivo da Arturo Annecchino, i costumi sono semplici e servono a darci il "tempo" dell'azione... Quello che conta in questi Demonî pensati come un work in progress, pronti ad adattarsi a spazi diversi a seconda dei luoghi, è soprattutto l'attore, la sua consapevolezza, il suo modo di rapportarsi allo spazio, le sue emozioni, la sua lucidità, la sua "presenza" insostituibile.

Una compagnia formidabile in grado di vincere la fatica, di saper gestire la vicinanza del pubblico chiamato a essere più un compagno di strada che uno spettatore sia pure partecipe dove spicca la inquieta, matura femminilità di Maddalena Crippa, una generalessa spigolosa che si trasforma sotto i nostri occhi. Una prova veramente maiuscola la sua, come lo è quella di Elia Schilton, l'intellettuale destinato alla sconfitta. Ma vorrei anche ricordare Pia Lanciotti, Franca Penone, Irene Vecchio, Alessandro Averone, Rosario Lisma, Fausto Russo Alesi, Graziano Piazza e Ivan Alovisio, che è Stavrogin, personaggio negativo suo malgrado, quello a cui tutti guardano, ma senza forza interiore, destinato al suicidio.

PS Cari lettori, mi rendo conto che tentando di raccontare sia pure a grandi linee questo straordinario spettacolo ho scritto una recensione più lunga del solito, ma era impossibile farne a meno.

Visto all'Hangar Bicocca di Milano

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di maria grazia gregori

(13:40 - 26 mag 2010)



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Trilly_s scrive alle 13:59 - ven 22 ott 2010
Bello pensare che la verità stia nel mezzo!
Son stata tra i fortunati spettatori della prima nella tenuta del Maestro Stein e, per me, assistere a questo spettacolo è stata un’esperienza molto forte e soprattutto particolarmente sentita. Otto ore di messa in scena non sono poche ed è praticamente impossibile che ogni secondo sia la perfezione assoluta, che ogni secondo sia la gioia di ogni spettatore che ami il teatro ed è per questo motivo che non posso condividere la recensione così negativa del sig. Rudolph (rispettando comunque anch'io le opinioni di tutti e soprattutto lo scambio di idee). Sono rimasta ammaliata prima di tutto dalla "completezza realistica e lirica assieme " che il Maestro era riuscito a creare ed a infondere agli attori. Qualcuno - lo ammetto - non era proprio ancora perfetto ma altri comunque erano pieni di talento e hanno regalato belle emozioni agli spettatori e bei momenti di teatro e non è giusto parlare solo delle cose negative: pure loro meritano il riconoscimento della sensibilità e dell’impegno profuso. Tant'è che, avendo apprezzato particolarmente la comunione d’identità che si stava creando tra attori e personaggi, ho deciso di rivedere, dopo più di un anno, lo spettacolo per comprendere quanto maturato fosse e quale sviluppo avesse avuto nel frattempo.
Cordialissimi saluti, Silvia Nieder

Rudolph Born scrive alle 19:28 - gio 22 lug 2010
Verrebbe subito da chiedersi: ma che spettacolo ha visto?
Pur nel rispetto delle opinioni altrui, non posso non registrare quanto la critica si stia sempre più allontanando dalla drammatica necessità di pensare e vedere un nuovo teatro. Le chiedo se una sbiadita serigrafia ronconiana, che ha assemblato male attori, in qualche caso assolutamente impreparati per sostenere il peso del ruolo (Satov su tutti), non debba essere considerata come un'opera altamente autoreferenziale, con l'aggravante della noia. Lei ha parlato di genialità, io Le dico chi in 10 ore di estenuante ascolto, da uno come stein è lecito attendersi molto di più.
In sostanza contesto la sua recensione nel metodo, ancor prima che nel merito: citando Moretti, cosa capirebbe di questo spettacolo un proletario? Ovvero, la conoscenza del testo apriori, può far vedere cose che non ci sono.
Ultima nota: il fluviale successo di cui lei parla, è un'invenzione giornalistica.

___
Risponde Maria Grazia Gregori.
Gentile lettore potrei chiedermi anch'io che spettacolo ha visto lei e potremmo continuare all'infinito così. per questo non lo faccio. Non so dove lei abbia visto lo spettacolo, ma dove l'ho visto io ha avuto un grandissimo successo. ma anche questo non è fondamentale, credo. Ho amato molto I demoni di cui il nostro sito aveva scritto in occasione della prima assoluta nella tenuta di Stein (non ne ho scritto io). In Italia la stampa ha molto lodato questo lavoro, ma anche questo mi pare che a lei non importi. Mi scrive che si è annoiato moltissimo; per me invece è stata un'esperienza molto bella.
Insomma gentile, signor Rudolph, potremmo andare avanti per un pezzo ma ho
l'impressione che ognuno di noi resterebbe della propria idea. Una cosa mi
preme dirle però: non mi piace quando si parla di "invenzione giornalistica". Per un'italiana ha un brutto suono e una brutto significato. Cordiali saluti
Maria Grazia Gregori


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