Il gruppo inglese Propeller, guidato da Edward Hall - figlio del grande Peter -, rivela, fin dal soprannome "la compagnia degli uomini" la scelta di un modo estremamente esplicito di fare teatro. Un teatro all'antica inglese, per così dire, dove gli interpreti sono tutti uomini, proprio come succedeva già ai tempi di Shakespeare, per intenderci. La "provocazione" del gruppo inglese, che ha anche da noi tenaci estimatori, però finisce qui. Presenti quest'anno nell'ambito del Festival internazionale del Piccolo di Milano con ben due spettacoli - Il sogno di una notte di mezza estate e Il mercante di Venezia - i Propeller si confermano in tutto e per tutto eredi di una tradizione che punta le sue carte sull'attore come momento centrale dello spettacolo e relega in una posizione secondaria quella fondamentale visione d'insieme che è la regia.
Questa loro propensione si evidenzia in Il mercante di Venezia titolo shakespeariano che quest'anno avrà una certa rivalutazione: lo farà in una personale edizione Moni Ovadia; lo metterà in scena da par suo anche Luca Ronconi.
La scena oscura, ferrigna, pesante, cita lo spazio elisabettiano su due piani. È una prigione, dove gli attori detenuti compiono le loro azioni quotidiane e formano gang che si contrastano le une con le altre scegliendo di raccontarsi con il teatro dove, visto che siamo in una prigione, tutti le parti le faranno gli uomini. Una specie di Opera da tre soldi che ha per tema la giustizia, il senso dell'essere ebreo (il testo, ingiustamente, è stato accusato di razzismo), l'amore sincero e no, sia omosessuale che eterosessuale, il tradimento, la felicità vera o di comodo che si raggiunge con favolosi indovinelli messi in piedi da una ragazza saccente come Turandot, la giustizia cucita a comodo, spaccando il cappello in quattro, i giovani che tradiscono i vecchi, gli uomini che tradiscono gli uomini, ma non sono fedeli neppure alle donne, i matrimoni d'interesse, una politica che giudica la religione non dominante come superflua, il denaro prestato a strozzo, il cui pegno però ha a che fare con la vita (la celebre libbra di carne vicina al cuore): Il mercante di Venezia, insomma.
Gli attori alternano travestimenti più o meno pittoreschi e vanno spesso ognuno per conto loro, senza dare l'impressione di un disegno d'insieme e non sono indimenticabili neppure dal punto di vista di una fisicità dirompente e semplicemente incisiva. Al pubblico però piacciono, forse per via di quel loro strizzare virtualmente l'occhio agli spettatori, ma senza morbosità perché, via, siamo inglesi. Ma spesso la parola di Shakespeare secoli e secoli dopo è talmente chiara e rivoluzionaria da prenderci ancora in contropiede.
Visto al Piccolo Teatro Strehler di Milano
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di maria grazia gregori
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