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16:31 - venerd́ 10 febbraio 2012


Le Troiane di Ravenhill/Artefatti

"Noi siamo i buoni. Perché ci bombardate?" Inizia più o meno così, Le Troiane nella versione di Mark Ravenhill. Il drammaturgo inglese noto per Shopping and Fucking ha voluto riscrivere alcuni dei miti fondanti l'Occidente, proprio nel momento in cui lo "scontro di civiltà" - auspicato da alcuni brillanti capi di governo - era al suo apice. Oriente contro Occidente, insomma: guerra del Golfo, Iraq, Afghanistan, lotta al terrore, Stati canaglia, con tutto quell'immaginario della paura e della violenza che ha ormai segnato il nostro vivere (in)civile. E Ravenhill, dunque, è tornato a Nascita di una nazione come all'Odissea, a Guerra e Pace come a Armageddon: 17 in tutto le brevi pièces, compiute ciascuna, che compongono un grande collage dal titolo emblematico di Spara/Trova il tesoro/Ripeti. Insomma, con lo slogan di un videogame, risuona cupo il boato della guerra, della morte, della solitudine di chi resta sopra o sotto le macerie... A mettere in scena questa "epica" impresa è la compagnia romana Accademia degli Artefatti, diretta da Fabrizio Arcuri (con cui abbiamo parlato recentemente), ormai allenato per complesse operazioni del genere.

Abbiamo assistito ad uno dei capitoli di questa saga teatrale: Le Troiane. Gli spettatori del Teatro Mercadante di Napoli, dove gli Artefatti hanno presentato alcuni capitoli, seduti in tribuna si trovavano di fronte un'altra tribunetta, abitata solo da donne, scelte nel pubblico. Sul fondo, due pareti accostate e dietro, appena intravedibile, una vecchia macchina...

Poi, da quella tribunetta si alza una donna: inizia a parlare, tranquillamente, serenamente. Parla di sé, della sua famiglia, della sua gente. "Noi siamo i buoni", dice guardando in faccia gli spettatori, uno ad uno. "E voi ci bombardate. Perché ci bombardate?" Sembra quasi aspettare davvero una risposta a quel perché. È una domanda semplice, diretta, banale. Ecuba diventa una donna come altre, una madre come altre. Parla di figli e di scuola, di amiche morte e di semplice quotidianità. "Loro" sono i buoni e noi li bombardiamo. Vengono subito in mente i tanti conflitti che hanno visto e vedono le forze "sane" dell'Occidente radere al suolo villaggi, palazzi, strade, per portare libertà e democrazia. E noi siamo lì impacciati, incapaci di rispondere, perché lei, la donna sopravvissuta alla strage di Troia, una delle tante Troiane che deve fare i conti con l'esercito di Agamennone, vuole solo vivere, in pace, in serenità. "Noi siamo buoni" continua a ripetere. Non si capacita: perché?

Poi però, la scrittura di Ravenhill piega, sterza, svela altro, un'altra possibilità. I bombardamenti non sono altro che attacchi suicidi: quelli che molti definiscono atti di terrorismo. Allora, noi - noi della platea - diventiamo immediatamente gli "altri", i "terroristi" che minacciano l'Occidente sano e puro cantato da George Bush. Fino al punto che qualcuno, dalla platea, si alza: indossa un cinturone carico di esplosivo, corre verso il palcoscenico, grida, si fa saltare in aria.

Ad interpretare, con grazia assoluta, il monologo è Francesca Mazza: usa toni quotidiani, commoventi, lavora sul dubbio, sul fraseggio leggero, appena sussurrato, su domande che chiamano in causa l'ascoltatore senza appello. A far da coro, mimetizzate tra le spettatrici scelte, anche Miriam Abutori, Caterina Silva e Sandra Soncini. Nella fluida traduzione firmata da Pieraldo Girotto e Luca Scarlini. Le Troiane è un invito a restare lucidi, a pensare il pensiero dell'Altro. Senza reticenze o indulgenze.

Visto al Ridotto del Teatro Mercadante di Napoli

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di andrea porcheddu

(13:45 - 14 mag 2009)



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