Confermando di essere una delle personalità più vive e propositive del teatro italiano, Valter Malosti non si limita ad allestire dei copioni, ma cerca, inventa, osa, si avventura in percorsi drammaturgici complessi. Grande idea, rappresentare tutti insieme i Quattro atti profani di Antonio Tarantino. Un'impresa, per altro, niente affatto semplice, perché riunire quattro opere autonome in un'unica messinscena comportava tagli e assestamenti, col rischio di proporle in una chiave riduttiva. Ma Malosti è anche affidabile, difficilmente manca il bersaglio: e così, pur con qualche ridondanza, le ha assemblate senza troppi problemi.
Cosa sono i Quattro atti profani? Sono i primi testi che, all'inizio degli anni Novanta, hanno imposto all'attenzione questo pittore-autore dal linguaggio estremo, allucinato, lampeggiante di echi dialettali, spinto quasi alla violenza verbale. Ad accomunarli è la fisionomia dei protagonisti - che sono tutti degli emarginati, delle figure variamente sofferenti, malati di mente, omosessuali, prostitute - unita alla scrittura che li esprime, basata per lo più su dei lunghissimi monologhi, veri e propri soliloqui, nel senso di un rabbioso o delirante parlar da soli, rivolgendosi a interlocutori assenti o morti, al nulla, al silenzio che altrimenti li avvolgerebbe.
In questa tetralogia dialogano solo i due vagabondi che in Lustrini aspettano un ricco primario ospedaliero per qualche losco affare, mentre il matto che si crede Gesù in Passione secondo Giovanni sarebbe affiancato da un infermiere che qui, però, manca. Per il resto, in Stabat mater c'è una barbona che inveisce per l'arresto del figlio, sospettato di azioni sovversive, mentre in Vespro della Beata Vergine il padre di un travestito discorre col corpo del ragazzo morto. Sono inoltre costanti i richiami a una religiosità degradata, le identificazioni più o meno inconsce con figure evangeliche, le allusioni a calvari laici, a pagane Maddalene.
Così, la discarica in cui il regista ambienta le quattro storie che compongono lo spettacolo - prodotto dallo Stabile di Torino - con una montagnola di rifiuti su cui spiccano tre pali della luce simili a croci, fa pensare a un Golgota urbano dei nostri giorni, a un ecce homo delle periferie il cui vero supplizio non è la sofferenza fisica e neppure la miseria ma una totale, insanabile solitudine. In questa discesa agli inferi del disagio sociale, il regista - come l'autore - guarda soprattutto a Testori e Pasolini. Ma in quelle vane attese di qualcuno o di qualcosa, in quel parlare senza fine per non essere risucchiati dal vuoto si affaccia più di un'ombra beckettiana.
L'apporto degli attori è determinante, con una Maria Paiato dalla travolgente esuberanza sottoproletaria, un Mauro Avogadro dal dolore pensoso e come trattenuto, mentre lo stesso Malosti dà un livido risalto al farneticare di quel Cristo degli psicofarmaci. Le emozioni più alte le offre tuttavia la coppia di Lustrini, un Michele Di Mauro davvero stratosferico e un Mariano Pirrello dall'estro sottilmente stralunato. Peccato che il loro lancinante impatto venga in parte attenuato dalla scelta di affidare il finale alla donna di Stabat Mater, che fa da filo conduttore.
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di renato palazzi
(16:08 - 18 mag 2009)
Voto utenti:
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quattro atti profani, valter malosti, antonio tarantino, maria paiato, michele di mauro, mariano pirrello