Sorpresa! Per la nuova visita italiana, Mikhail Baryshnikov concede qualche vago sprazzo di visione di ciò che nell'immaginario collettivo ha costituito la sua gloria. Nel nuovo appuntamento italiano insieme con Ana Laguna - Three Solos and a Duet in tournèe nazionale dopo l'acclamato debutto a ParmaDanza- il supremo ballerino presenta così due nuovi soli firmati per lui da due giovani coreografi di cultura e ascendenza classica - il francese del New York City Ballet Benjamin Millepied e Alexej Ratmansky, già direttore del Balletto del Bolshoi e oggi coreografo stabile all'American Ballet Theatre - e di fatto riaggancia i legami con la tradizione accademica della quale è stato eccezionale rappresentante.
Intendiamoci: impossibile ogni virtuosismo d'antica memoria. Ma le linee del corpo si fanno, come un tempo, morbide, allungate, compaiono perfetti port de bras, gli chassées spediti e lievi attraversano la scena, si intravedono le linee e gli assetti perfetti delle arabesque e si evocano i manéges mangia-spazio. Quasi a dire: la danza è una condizione di vita e uno stato d'animo: qualcosa che si incarna nel corpo ed è impossibile da cancellare, ora e sempre. Così anche il fatto che sullo schermo in Years later Benjamin Millepied faccia apparire uno strepitoso Baryshnikov adolescente, ripreso durante alcune classi alla scuola leningradese Vaganova, non ha il sapore vago del rimpianto e della rimembranza nostalgica: il dialogo tra schermo e danzatore in scena (quaranta e più gli anni che li separano) sembra senza soluzione di continuità, la silhouette dell'uomo maturo (ma ancora ottimamente in forma), si confonde con le fattezze tese nei muscoli giovani del ragazzino, c'è un gioco di echi, rimandi, risposte anche ironiche tra il ragazzo ignaro e un uomo dal luminoso avvenire dietro le spalle.
Baryshnikov ama l'understatement e per lui less is more: il minimalismo postmoderno e l'atteggiamento da entertainer di razza, ormai gli appartengono da tempo. Basta una entrata in scena con una semplice camminata, ciuffo svolazzante nell'aere, pantaloni e camicia con maniche rigorosamente arrotolate - come in mille foto di Annie Leibovitz - e il tocco è fatto. Chi ne sente parlare da quando ha interpretato il romantico scultore russo che seduce Carrie in Sex and the City, lo trova tale e quale sulla scena. Chi invece lo conosce come artista, percepisce quanto della cultura di vita e di spettacolo americana abbia assimilato nel suo modo di proporsi. Il solo che gli adatta Ratmansky ,Valse Fantasie su musiche russe fino al midollo di Glinka, è una semplice bagattella che, come dicevamo, gioca su diversi piani. L'eco della tradizione si sente nelle scene di pantomima all'antica intessute nella lieve coreografia: Mikhail allo specchio si osserva quasi preparandosi a una serata di forte emozione. Gioca con i gesti, accenna- come dicevamo- antichi enchainements, si studia, si assesta, si lascia prendere dal turbinio della musica romantica di Glinka. Tutto è leggero, naturale, easy fino a che il danzatore scivola via con grazia virile.
A dare una virata forte alla svelta serata (un'ora e venti la durata complessiva) è comunque la poderosa forza espressiva del segno di Mats Ek. Il grande coreografo svedese, capace di catturare stati d'animo e condizioni esistenziali e tradurli in un linguaggio dinamico, forte, terso, ironico e sentimentalmente intenso è qui magistralmente evocato da Ana Laguna, sua musa e compagna (indimenticabile protagonista dei suoi massimi lavori, Giselle in testa), che a cinquantotto anni danza ancora il faticoso, dinamicissimo linguaggio di Ek con un'intensità commovente. Al di là del fatto che Ana, con la sua treccia imbiancata e il corpo un po' appesantito, assomiglia sempre più alla madre di Ek, Birgit Cullberg (e si sa quanto il rapporto con la madre abbia condizionato la poetica dell'autore...), la sua apparizione è abbagliante ed esalta il genio del coreografo. Mirabile e poetica in Solo for two, ritratto di una donna in un interno in attesa di un uomo che forse non arriverà più, Anna ha duettato con Mikhail in Place, appositamente creato per loro da Ek nel 2007.
Una coppia di mezza età si cerca, si scontra, si perde, si ritrova nella consueta stanza metafisica di Ek: un tavolo, un tappeto che diventa lenzuolo, prato, forse sudario. Scatti della schiena, improvvise virate del busto, con le braccia che saettano lontano cercando vie di fuga. E ancora mani che guizzano tra le gambe dell'altra, tracciano perimetri fisici. Piegamenti che mangiano lo spazio e pigiano il corpo verso il basso e poi salti guizzanti, secchi e nervosi come il bagliore dell'acciaio. Baryshnikov, che è sempre stato mirabile esempio di intelligenza stilistica, si affida al gesto preciso di Ek con quella soffice morbidezza dettata da tanti anni di frequentazione di un certo modern americano. Manca così il graffio puntuto, la vibrante dinamica che è di per sé emozione. Da che si capisce che nella sua mirabile carriera forse è mancato a Mikhail proprio uno sguardo costante sulla grande danza europea di oggi, sulle poetiche e sulle intenzioni di maestri conclamati e però da lui non frequentati. Cosa che avrebbe ulteriormente arricchito il suo genio e avrebbe regalato al pubblico ben più di questi fugaci, anche se preziosi, omaggi alla sua maturità di interprete.
Visto al Teatro Regio di Parma
Le prossime date della tournée 2009
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di silvia poletti
(16:14 - 22 mag 2009)
Voto utenti:
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