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16:09 - luned́ 21 maggio 2012


Magnificat

Viene da una oscurità squarciata da possenti strappi di luce, la scrittura di Antonio Moresco. Autore appartato e granitico nella sua fragilità, scrittore tardivo eppure dirompente, magmatico e tagliente: Moresco, nato a Mantova nel 1947, si è affacciato tardi al mondo dei libri (per la nota miopia di tanti editori) ed è presto diventato un autore di culto. Difficile, scomodo, fastidioso da leggere proprio per la potenza evocativa che imprime ad ogni singola parola. E non è un caso che presto quelle parole, quei mondi fatti di intimità viscerali e poetiche cosmologie, siano entrate nei territori del teatro.

È difficile chiudere nelle quattro mura di una scena questa materia. Ci sono riusciti, con successo, Renzo Martinelli, poi Werner Waas, ora Maurizio Lupinelli, che affronta un dittico estratto dalla complessa raccolta dal titolo ironico e grottesco di Merda e Luce, ovvero viscere e firmamento. Due capitoli, altrettanti monologhi, che procedono indipendenti o affiancati: il primo è Magnificat, affidato a una splendida Elisa Pol, il secondo - interpretato dallo stesso Lupinelli - è Fuoco nero. Ma su Magnificat vogliamo riflettere qui: sul quel senso di spaesamento e oppressione, di dolore e innocenza che promana, istante dopo istante, dal corpo e dalla voce della giovanissima attrice.

Lo spazio è vuoto e cupo, in un angolo, sotto un cono di luce abbagliante, la donna in sottoveste, con una accetta e un paio di scarpe in mano. Immagine folgorante e inquietante che apre ad un dialogo-monologo interiore: una madre che parla con il feto custodito in grembo. E un feto che esprime tutto il disagio, la solitudine, l'inquietudine, la paura, il dolore: lì dentro, al buio, solo, una vocina titubante e zoppicante, piccola e spersa di fronte all'incubo della nascita.

Lei, la madre, leggera e possente, animale e anima, parla con il suo "zucchino" con tenerezza e con modi bruschi. Si tratta di nascere, qui. O di morire. E il percorso di Elisa Pol è un giusto equilibrio tra quell'ansia di dover venire a un mondo che è merda, ma con la nostalgia e il sogno della bellezza infinita di ogni istante dell'esistenza. Attimi di felicità per compensare un cammino fatto di dolore e solitudine: bastano? Vale davvero la pena?

E l'avvicinarsi al parto è un gorgo infernale, uno squarciare tenebre e carni, un affrontare il buio per cercare una luce che forse non c'è: "mamma, perché devo nascere?". Domanda banale quanto terribile. Poi, forse, la madre non ce la fa: la morte è lì, al pari della vita. Arriverà una levatrice armata d'accetta a strappare con le mani il feto da "quella cosa morta", esploso come una stella. La regia di Lupinelli si affida totalmente all'attrice, alla sua capacità di modulare voci e di tendere all'inverosimile il corpo in pose innaturali che presto lasciano spazio a lievi girotondi infantili. La scena è più in ombra che in luce, negato alla sguardo è il corpo della Pol che si svela a tratti in pose innaturali o camminate ferine. Magnificat è un lampo e un abisso, un breve fragoroso affondo nella merda e nella luce della vita.

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di andrea porcheddu

(18:07 - 05 giu 2009)



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