delTeatro - arte,danza,opera
Baldini Castoldi Dalai editore

Path

Home > Recensioni> Matthew Bourne's Dorian Gray

16:09 - luned́ 21 maggio 2012


Matthew Bourne's Dorian Gray

Parafrasando il titolo di un suo recente lavoro, Play without words (da Pinter), con Dorian Gray l'inglese Matthew Bourne conferma la sua straordinaria capacità di concepire un testo drammatico senza l'ausilio delle parole. Un testo con una drammaturgia affidata al potere dell'immagine e del movimento, capace di attingere all'immaginario contemporaneo per trovare tutti i puntelli e i riferimenti plausibili - anzi inevitabili - del suo racconto, che si diparte da un rimando letterario colto (nel caso il racconto di Wilde) ma ne fa altro, qualcosa di assolutamente autonomo e allo stesso tempo verosimile, perché riscontrabile in fatti di cronaca che noi tutti ben conosciamo.

Come già fatto con il celeberrimo Swan Lake (quello citato anche in Billy Elliot), che lo ha lanciato a livello mondiale e lo ha fatto apprezzare per la capacità di declinare sul mito ciaikovskyano vicende ben note - quelle della Royal Family britannica - Bourne sa applicare insomma la realtà in cui ci muoviamo ai miti letterari (e cinematografici): con una capacità di sintesi drammaturgica invidiabile, rapporta l'epica alla quotidianità delle celebrities che con i loro scandali e le loro vite spericolate riempiono le pagine dei giornali e di fatto elabora un prodotto teatrale snobisticamente popolare, che, apparentemente ridimensionando l'aulico rimando, diventa una cruda registrazione (denuncia?) della trivialità della nostra società e dello sconquassamento dei valori, perfettamente leggibile (e comprensibile) anche al meno preparato dei suoi spettatori.

In una parola, a differenza di altri coreodrammaturghi di oggi (due nomi per tutti: Ek e Neumeier), Bourne non tenta di elevare il pubblico in un mondo/altro attraverso un linguaggio coreografico e teatrale sofisticato, ma si "abbassa" volutamente a un livello di comunicazione comune, riuscendo comunque efficacemente nel suo intento.

Il suo Dorian Gray, che ha aperto con grande successo la bella sezione danza del Ravenna Festival (e chiude oggi ParmaDanza, ma non è escluso un suo ritorno in stagione), è la realistica descrizione dell'ascesa e caduta agli inferi di un giovanotto dalla bellezza un po' "truzza" ma dai canoni classici, che dai ranghi di semplice cameriere diventa un top model assetato di potere e di gloria e pronto per questo a calpestare, se non eliminare, tutti gli intralci. Sesso e droga sono gli ingredienti della sua salita all'empireo e della inevitabile caduta: da un party a un set fotografico, da un festino a base di droga a un'orgia nell'alcova, eccolo salire freneticamente e spietatamente gli step del suo personale olimpo. Indifferentemente capace di sedurre uomini (il fotografo che lo scopre, il divo del balletto che lo intriga) e donne (l'algida talent scout che ne lancia l'icona nella pubblicità del profumo Immortal pour homme), il nostro Dorian, improvvido nella sua cecità morale, è la sintesi di una miriade di personaggi che oggi rappresentano i più popolari simboli di un successo effimero: top model, tronisti, subrettine, paparazzi e non solo. Vederlo muoversi in scena, in mezzo alla varia umanità che popola salotti, discoteche e red carpet, è come assistere alle cronache di Verissimo.

La fisicità potente e intensa degli interpreti di Bourne è esaltata da una danza funzionale, prevalentemente "descrittiva" nelle sue citazioni che dai balli da club, arriva a esplicitare pose erotiche e atti di vera violenza, mantenendo però rigore e disciplina artistica. Bourne attinge a piene mani a immagini che ben conosciamo dalle incursioni su youtube o da cronache televisive, ma non manca di insinuare, nel dettaglio di alcune scene, rimandi all'amato mondo cinematografico: la scena della vestizione di Dorian sembra un omaggio ad American Gigolo, l'ambiguo rapporto di immedesimazione rimanda a Il talento di Mr. Ripley. Ad aiutarlo nella narrazione, che ha un ritmo eccezionale, davvero cinematografico, è anche l'uso intelligente della scenografia di Lez Brotherston (suoi anche i costumi fashion, tra Re Giorgio e D&G): una piattaforma che modifica di volta in volta il set della vicenda, con la semplice aggiunta di un dettaglio d'arredamento e che, nel suo continuo vorticare, scandisce tempi, situazioni, locations.

A valorizzare lo spettacolo di Bourne sono comunque gli interpreti, accuratamente scelti per tipologia fisica, ma anche perfettamente capaci di dare spessore ai loro caratteri. Richard Winsor è un Dorian polposo e sgradevole, nella sua intangibile beltà da garzone dal cuore di tenebra. Jason Piper, fotografo dai tratti rock alla Lenny Kravitz è bello, tenebroso, appassionato e dolente. Assomiglia invece all'icona di Armani Antonia dell'Atte, e come lei è chic, algida e altera, la Lady H dell'italiana (evviva!) Michela Meazza. Tutti comunque sono bravissimi, coinvolgenti e perfettamente in linea con le esigenze di Bourne, che castigat ridendo mores. O, forse, chissà, forse semplicemente li fotografa. Del resto non si arriva anche così alla gloria, oggi?

di silvia poletti

(16:33 - 25 giu 2009)



VOTA LO SPETTACOLO

1| *

2| **

3| ***

4| ****

5 *****

Vuoi dire la tua?

Login

Non sei registrato? registrati

Voto utenti:7

Contenuti correlati


Leggi anche…

» trova tutti


Le ultime recensioni

30/06/2011
Fine famiglia

28/06/2011
La modestia di Spregelburd

27/06/2011
Brilliant Corners

25/06/2011
Attila alla scala

24/06/2011
Povera gente

» archivio





Cerca nel sito

» ricerca avanzata


Login

Non sei registrato?
» registrati

Hai dimenticato la password?