Ha senso aprire una rassegna ambiziosa come il festival di Napoli con la ripresa di un testo - Pièce noiredi Enzo Moscato - scritto un quarto di secolo fa e rappresentato per la prima volta, con la regia di Cherif, un paio d'anni più tardi? E davvero la possibilità di una proposta inaugurale più fresca e squillante doveva essere sacrificata alla ragion di Stato, ovvero all'esigenza di dare voce a un autore napoletano? Sono domande legittime. Ma poi il teatro, di fatto, è quello che si realizza concretamente in palcoscenico: e in palcoscenico Pièce noire si rivela un'opera certo datata, ma ancora molto efficace, forse più di tante novità senza respiro.
Negli anni in cui l'altro grande drammaturgo maturato all'ombra del Vesuvio, Annibale Ruccello, osservava la realtà con amara ironia, Moscato costruiva vicende a forti tinte: qui l'azione ruota attorno a un'ex prostituta divenuta proprietaria di equivoci locali notturni, una figura un po' mostruosa e un po' ferita dalla vita che, in preda a un'ossessione purificatoria, alleva e plasma una copia fedele di se stessa da esibire al pubblico come emblema di castità e innocenza: a questo scopo ha cresciuto un "femminiello" che però, proprio la sera del debutto, le si rivolta contro precipitando entrambi in un'inevitabile spirale di distruzione reciproca.
Sotto quali aspetti questa storia mostra i segni dell'epoca in cui fu creata? Al di là del linguaggio, che è rimasto aguzzo, serratissimo, è soprattutto l'influenza di certi modelli compositivi a porne in luce la distanza temporale. Sono evidenti, da un lato, i richiami a Genet, a quella sua ritualità morbosa, a quelle "maschere" sfuggenti di puttane e travestiti: l'autore francese non è mai passato di moda, ma allora era un punto di riferimento obbligato. Dall'altro lato c'è la Napoli barocca e ancestrale di Roberto De Simone e della Gatta Cenerentola, il cui successo, pochi anni prima, aveva inciso profondamente sul costume teatrale.
Sono proprio queste suggestioni antropologiche a dare fiato allo spettacolo, firmato ora dall'autore. Mentre Cherif, se ben ricordo, puntava su un nitido rigore formale, Moscato svela l'anima notturna del testo, il suo clima da incubo, le sue oscure risonanze da truce fiaba popolare: esemplare, in questa chiave, è la gran scena della monachina esorcista, irresistibilmente interpretata da una veterana dell'off partenopeo, Maria Luisa Santella, tornata alla ribalta per l'occasione. Meno azzeccata sembra invece la scelta di Lucia Poli nella parte della Signora: troppo diafana, troppo rarefatta per esprimerne a fondo la ferocia e il dolore.
L'idea che a incarnare i tre travestiti siano stavolta delle attrici indica un'intenzione di auto-tradimento da parte di Moscato, ma toglie al testo un po' del suo spessore d'irrealtà: specialmente la presenza statuaria di Valentina Capone, priva com'è di ambiguità, ridimensiona l'impatto dell'angelico Desiderio. Da fantasma mentale ne fa un'immagine patinata, senza la sordidezza attraverso la quale poteva aspirare al sublime.
Visto al Teatro Mercadante di Napoli
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di renato palazzi
(16:35 - 10 giu 2009)
Voto utenti:
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