Morbose fantasie di morte, diafane spose-fantasma odiate o amate come quando erano in vita, improvvisi desideri di uccidere senza ragione, vaghi istinti incestuosi, cupi intrecci fra eros e thanatos, e poi un uccellaccio del malaugurio, un cuore che continua a battere da solo anche se il corpo al quale apparteneva ha ormai cessato di respirare, una madre che si reincarna nella figlia nata proprio nel momento del suo decesso... Non si può proprio dire che l'immaginario di Edgar Allan Poe - a giudicare da certi temi ricorrenti nella sua scrittura - rispecchiasse stati d'animo sereni e pacificati, avulsi da incubi e pensieri ossessivi.
Dall'universo narrativo del grande scrittore americano, ben lontano dalle algide geometrie dei ghost tales inglesi, si riversa una ridda di allucinazioni e fissazioni personali. I suoi versi paiono attingere ad angosce profonde, a tortuosi labirinti interiori. Alterata dall'alcol e dalle droghe, la mente di Poe ci appare popolata di ombre inquietanti, che risalgono direttamente dal buio dell'inconscio. E come un viaggio nei meandri dell'inconscio è concepita l'installazione che Valter Malosti gli ha dedicato al Festival delle Colline Torinesi, prima tappa di un percorso poi proseguito a Mantova con un altro approccio in forma di concerto.
La creazione drammaturgica presentata a Torino si dipana in una serie di stanzette situate al primo piano della Cavallerizza Reale, forse gli alloggi di qualche antico custode. Il pubblico, guidato da una silenziosa figura femminile che appare ora in veste di odalisca, ora di sinistro spettro coperto dal velo nuziale, si sposta da un ambiente all'altro, trovandovi l'attore-regista nei panni, debitamente neri, di un Poe che sembra un istrionico illusionista ottocentesco, e che insegue le proprie visioni in presenza di un manichino adagiato in una bara, di un cantante che intona struggenti melodie con le parole dello stesso Poe, di un impiccato.
Lo spettacolo - in realtà forse solo uno studio - punta soprattutto sulle atmosfere opprimenti, gli spazi angusti, le luci basse. Il bravo Malosti, però, non tende tanto a suscitare i brividi dell'oltretomba, quanto a dissezionare la psiche di un uomo malato di nervi: al centro della sua lampeggiante costruzione verbale, più che i racconti, Morella, Il rumore del cuore, più che il poemetto Il corvo - tutti sontuosamente tradotti da Giorgio Manganelli - ci sono le frasi rivelatrici contenute in alcune poesie, come quella in cui evoca il demone che lo segue dall'infanzia, o in cui annuncia che "la febbre detta 'Vivere' è infine sbaragliata". Questo acre ritratto è tratteggiato con una sorta di truce ironia, che sconfina tuttavia per lo più in accessi di funerea esaltazione.
Visto alla Cavallerizza Reale di Torino
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di renato palazzi
(11:16 - 23 giu 2009)
Voto utenti:
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