Un temporale terrificante, tuoni, fulmini e saette sparati a tutto volume, e poi lampi di luce abbagliante alternati a una livida penombra. Dalla penombra, appostato dietro un'angusta scrivania, emerge un essere agghiacciante, dai gesti rigidi, meccanici, il viso spettrale coperto di biacca, le mani ugualmente diafane, bianchissime come quelle di un manichino o di un cadavere. Al di là della ben nota raffinatezza nella costruzione dell'immagine, gioca su effetti un po' horror la messinscena de L'ultimo nastro di Krapp, di Samuel Beckett, che Bob Wilson ha diretto e interpretato, presentandola in prima mondiale al Festival di Spoleto.
La raffigurazione che egli offre dell'inquietante personaggio è forte, cupa, indubbiamente impressionante, e toglie un po' di polvere al clima claustrofobico che l'autore attribuiva alla "tana" dell'uomo che la didascalia descrive come un "vecchio sfatto". Qui Krapp non appare per nulla vecchio, e tanto meno sfatto: anzi, a parte le movenze anchilosate, il suo corpo ha qualcosa di imponente, mentre l'ambiente che lo circonda è lustro, asettico, delimitato sul fondo da uno scaffale simile a una gabbia di metallo, e ai lati da due tavoli su cui sono allineati degli schedari disposti in un ordinate scrupoloso, da ufficio o da laboratorio.
Colpisce la furia degli elementi, colpisce l'aspetto del sinistro zombie. Ma più ancora colpisce il gelo che emana dalla sua figura e dalla scena. I rumori amplificati, il pallore innaturale, la fissità dell'espressione: tutto sembra indicare un'incolmabile distanza. L'individuo che vediamo alla ribalta è lontano da noi, è lontano da se stesso e soprattutto è lontanissimo dal proprio passato, che rivisita con un misto di fastidio e di sarcasmo ascoltando - a ogni compleanno - gli episodi evocati dalla sua voce registrata via via nel tempo su bobine ossessivamente conservate e classificate, a cui aggiunge di volta in volta nuovi malevoli commenti.
In questo effetto raggelante sta forse la principale chiave di lettura adottata dal regista per accostarsi al mondo beckettiano: nel futuro prospettato dall'autore irlandese, per Wilson, non c'è un desolato deserto post-atomico, non ci sono le conseguenze di qualche misteriosa mutazione fisica, ma c'è solo questa umanità disumanizzata, questa artificialità da automi, questa vita senza vita che incombe su di noi come un atroce destino collettivo. Quel futuro, probabilmente, è già arrivato, e chissà se per riscattarlo basterà lo strazio di un ricordo, quel nastro che parla di una donna adagiata su una barca, amata e abbandonata tanti anni prima.
Visto al Teatro Caio Melisso di Spoleto
di renato palazzi
(16:26 - 06 lug 2009)
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