A un'incommensurabile distanza dal doppio exploit beckettiano recentemente presentato a Spoleto (leggi la recensione de L'ultimo nastro di Krapp), Bob Wilson in questo Rumi. In the Blink of the Eye,approdato nelle scorse sere al Ravenna Festival - ma lo spettacolo è in giro già da un paio d'anni - torna alla vena esotica, nutrita di suggestioni orientali e di sottile misticismo, che già improntava il bellissimo I La Galigo: se là egli partiva tuttavia da un antico poema epico indonesiano, qua si ispira alla figura del fondatore del pensiero Sufi, Gialâl ad-Dîn Rûmî, ai suoi nitidi versi sapienziali e soprattutto al principale rito derivato da quella cultura, la vorticosa danza dei Dervisci Rotanti.
Proprio questo enigmatico nucleo cerimoniale viene inserito dal regista in una struttura drammaturgica più complessa e stratificata, che lo inquadra e in un certo senso lo trascende. Le performance degli otto danzatori reclutati a Istanbul e accompagnati dal vivo da un piccolo complesso strumentale sono infatti immerse e come precipitate nel contesto, a loro estraneo, del tipico mondo figurativo wilsoniano, le luci precisissime, dai colori brillanti, le scenografie dal forte segno grafico, la raffinata costruzione dell'immagine. L'accostamento, comunque, non nuoce agli scarni gesti liturgici, anzi li staglia in una trasparenza abbacinante.
Ma, soprattutto, le travolgenti circonvoluzioni caratteristiche dei Dervisci vengono osservate e a volte imitate, riprodotte per gioco o per slancio emulativo da un bambino - cresciuto davvero in una comunità Sufi - che si aggira fra loro in abiti vagamente anni Quaranta, e con la sua sola presenza conferisce al tutto una struggente tenerezza, come di remote visioni infantili, di memorie perdute in un lontanissimo passato. A fare pendant con lui appare a tratti un vecchio col bastone, che attraversa la ribalta leggendo nella sua lingua dei brani di un libriccino, forse gli stessi testi poetici di Rûmî che una voce fuori campo recita in italiano.
Il bambino e il vecchio, l'inizio e la fine del percorso: è chiaro che lo spettacolo sposta l'ardua dimensione spirituale del sufismo verso un approccio esistenziale, una riflessione sui cicli della vita, sul trascorrere del tempo, più vicina alla sensibilità occidentale di oggi: fra i due estremi c'è tutta una severa esperienza estatica, un uomo con le corna sul turbante - probabilmente lo stesso Rûmî - che si concede all'euforia della rinuncia, una specie di santone che al suono di un flauto fa muovere delle finte tartarughe sul pavimento e degli alberelli fuori dalla finestra, i gesti dei Dervisci che nella trance rotatoria paiono sfuggire all'idea in sé di durata e mutamento.
È questa sorta di sguardo pacato e malinconico sul divenire universale delle cose e delle persone a temperare l'algida stilizzazione geometrica del regista texano e lo scabro ideale ascetico del maestro Sufi, infondendo al loro incontro un alone di commozione, unito a vaghe risonanze fiabesche: alla tensione emotiva dello spettatore contribuiscono le intensissime musiche composte e dirette da Kudsi Erguner, e i lancinanti gorgheggidello straordinario cantante persiano Taghi Akhbari, una voce che raggiunge le profondità dell'anima. Qualche intoppo tecnico, alla "prima", non sembra avere compromesso la bellezza dell'insieme.
di renato palazzi
(18:00 - 17 lug 2009)
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