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15:37 - venerd́ 10 febbraio 2012


Sogno di una notte d'estate

Non sembri strano che ci si occupi dell'esercitazione finale di una scuola di teatro, se essa ha la qualità per competere con tante produzioni professionali ben più ambiziose. Che Carlo Cecchi sia un autentico maestro, lo si sapeva da tempo: ma il delizioso Sogno di una notte d'estate, che ha allestito con gli studenti del terzo corso dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica, rivela in filigrana - al di là della freschezza dell'operazione, e del rigore pedagogico che la sostiene - un disegno registico nitidissimo, in cui la capacità di adattarsi alle doti più o meno acerbe dei discepoli convive con un estro inconfondibilmente personale.

Cecchi è partito, se ho inteso bene il senso del suo approccio, da un'idea tanto semplice quanto ingegnosa: anziché cercare di nascondere le finalità didattiche del lavoro, traendone uno spettacolo in qualche modo compiuto, formalizzato, egli al contrario l'ha accentuate, mettendone in luce proprio il carattere dimostrativo, con posticci, attrici in abiti maschili, soluzioni scenografiche volutamente improvvisate. Ha, insomma, trasformato una vera prova d'esame in un finto saggio scolastico, costringendo i giovani attori a un difficile ma stimolante esercizio, simulare di fare per gioco ciò che stanno facendo sul serio.

Data la storia dell'attore-regista, non stupisce che egli sposti sensibilmente gli equilibri della vicenda verso una parte del testo di solito considerata ancor peggio che secondaria, ovvero le scene in cui un gruppo di rozzi artigiani ateniesi prova la sua maldestra recita della tragedia di Piramo e Tisbe, per poi rappresentarla di fronte al Duca. L'altra invenzione portante dello spettacolo è infatti il risalto che Cecchi conferisce a questi intermezzi comici, "napoletanizzandoli" alla sua maniera, facendone una sorta di stralunata farsa alla Petito, che si dilata e prende spazio fra i meandri dell'ambigua commedia dei sentimenti confusi.

Tutti i personaggi, a ben vedere, sono comunque ridotti a "maschere", ad amene figurette buffamente o poeticamente caratterizzate. E a rendere ancor più lieve la proposta - non a caso applauditissima in una sede prestigiosa come il Festival di Spoleto - c'è la musica eseguita dal vivo da alcuni dei ragazzi stessi, che scandisce l'azione e impone un andamento più serrato allo svolgimento dell'intreccio, ritmato da un agile alternarsi di versi e prosa nella bella traduzione di Patrizia Cavalli. Quanto agli interpreti, figurano tutti degnamente: ma andrebbero citati a parte almeno l'incontenibile Bottom di Luca Marinelli e il Puck cinico e pasticcione di Silvia D'Amico.

Visto al Teatrino delle 6 di Spoleto

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di renato palazzi

(12:34 - 01 lug 2009)



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