Non sarà un caso se due delle proposte finora più applaudite del festival di Spoleto - il saggio dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica, diretto da Carlo Cecchi (leggi la recensione), e il laboratorio cechoviano di Ronconi - sono esperienze anomale, fuori dai canoni della produzione vera e propria. Gli work in progress, le creazioni incompiute hanno un fascino particolare, che sembra oggi per tanti aspetti più attraente di certi grandi apparati spettacolari: ti mostrano delle ipotesi di lavoro allo stato nascente, ti svelano delle idee in divenire, te ne fanno partecipe prima che esse siano fissate per sempre in un assetto compiuto e definitivo.
L'intervento di Ronconi sul Gabbiano, se approdasse a uno spettacolo tradizionale, perderebbe buona parte della sua ragion d'essere: il regista, seduto a un tavolino, pronto tanto a introdurre la materia quanto a entrarvi personalmente assumendosi il ruolo di Dorn, il medico - forse un "doppio" dell'autore - che osserva e commenta gli avvenimenti, accentua con la sua sola presenza la natura dimostrativa dell'operazione. E il senso di quest'ultima sta nella possibilità di modificare liberamente l'ordine delle scene, di scomporle e ricomporle senza dover sottostare a una continuità narrativa, di ripeterne alcune in diverse chiavi, ironiche o pensose.
Non c'è traccia, in questo percorso di ricerca, dei toni crepuscolari che ci si aspetta in genere da Cechov. Il punto di partenza di Ronconi è la constatazione che tutti i protagonisti sono legati in qualche modo alla letteratura o al teatro, che tutti i loro desideri o le loro delusioni sono comunque filtrati da ideali artistici: Trigorin è uno scrittore, la Arkadina, la sua amante, un'attrice, Konstantin, il figlio di costei, è un aspirante innovatore della scena, e Nina, la ragazza che egli ama, sogna a sua volta di recitare. Persino Mascia, la spenta figlia dell'amministratore, nella propria segreta infiammazione per Konstantin si crede un'eroina da romanzo.
È appunto questo loro comune rifugiarsi in una zona astratta, sottratta alle normali leggi della vita, a spingerne i sentimenti e i comportamenti verso una sorta di esasperazione istrionica, artificiosa, che scivola a tratti in una vaga parodia: così nei primi due atti Mascia, ogni volta che denuncia la propria infelicità, si abbatte al suolo, platealmente svenuta. Nina si muove sempre come in posa, una ragazzetta un po' bolsa, abbagliata dai miti di un improbabile successo. La Arkadina è un piccolo mostro di narcisismo, Trigorin un trombone, e gli stessi furori di Konstantin non appaiono immuni da una buona dose di esibizionismo.
Poi, nella seconda parte, la realtà sembra prendere il sopravvento, pretendendo il proprio cupo tributo di dolore. Ma anche di fronte alla morte e ai fallimenti lo sguardo di Ronconi resta critico, impietoso: esemplare, in tal senso, il modo con cui affronta il monologo finale di Nina, che viene condiviso, ripetuto battuta per battuta dalla Arkadina, quasi che questa fosse il futuro dell'altra, lo specchio deformante al quale la più giovane tenderà inesorabilmente, così come Konstantin, prima di spararsi, tendeva a diventare un doppio di Trigorin. È uno straordinario pezzo di teatro, che basta di per sé a illuminare le intenzioni del progetto.
Per penetrare a fondo fra le pieghe del testo non occorrono qui scenografie né costumi, bastano le lucide intuizioni del regista e la prorompente bravura degli attori: Paolo Pierobon, un febbrile Trigorin, ed Elena Ghiaurov, una Arkadina perfidamente arida e capricciosa, svettano su tutti, ma anche Francesca Ciocchetti dà a Mascia un irresistibile risalto. Dei due interpreti che si alternano nei panni di Konstantin, Gabriele Falsetta mi ha convinto più di Andrea Luini. Il pubblico, tutto in piedi, ha lungamente applaudito. Adesso sarebbe bello portare questo risultato in altre sedi, ma tenendolo così com'è, aperto, non formalizzato.
Visto al Festival dei due Mondi di Spoleto 2009
di renato palazzi
(18:23 - 02 lug 2009)
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