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05:01 - giovedì 24 maggio 2012


Dies irae. 5 episodi intorno alla fine della specie

Con le prime tre tappe - presentate nel variegatissimo programma del festival Drodesera - del suo nuovo spettacolo, Dies irae, cinque episodi intorno alla fine della specie il Teatro Sotterraneo ha dimostrato, al di là di ogni altra considerazione, di essere uno dei giovani gruppi più dotati di personalità, e di un'innata capacità di rivolgersi a un pubblico che gli è vicino per anagrafe e sensibilità culturale. A colpire soprattutto, nelle costruzioni drammaturgiche di Daniele Villa e dei suoi compagni di lavoro, è la propensione, davvero insolita, a far coesistere una naturale vena ironica con la tendenza ad affrontare temi certamente non leggeri.

Se in Post-it (recensione) l'argomento centrale, più o meno direttamente trattato, era la morte, e ne La cosa 1 (recensione) era l'imprendibilità della vita e l'illusione di riempirne il vuoto con un incessante movimento, questo progetto ancora in divenire è dedicato, come il titolo suggerisce, all'autodistruzione umana nelle sue innumerevoli varianti. L'impostazione è quella solita, lieve, svagata, improntata a un linguaggio scenico spoglio e apparentemente informale: in realtà, dietro il gioco dei loro atteggiamenti fintamente casuali, i quattro bravissimi attori dicono e fanno delle cose ferocissime, col sorriso sulle labbra e con una sostanziale perfidia di fondo.

Il primo "studio", ad esempio, li mostra con addosso delle linde tute bianche dotate di cappuccio e visiera di plastica. L'abbigliamento asettico contrasta col carattere sanguinoso dell'azione: a turno, ciascuno mima situazioni di violenza e di morte, lanciando buffe grida di dolore, mentre gli altri spruzzano schizzi di liquido rosso sulla parete. La scissione tra l'azione e le sue conseguenze fisiologiche potrebbe attenuarne gli effetti: invece, paradossalmente, ne accentua la gelida efferatezza. L'aspetto più inquietante, in questo caso, è la cura con cui ogni capo, alla fine, viene chiuso in un sacchetto di cellophan, di quelli che si usano per i reperti giudiziari.

Nel secondo studio gli spettatori sono invitati a inviare degli sms in cui ci si interroga su quale piega avrebbe preso la storia se certi fatti si fossero o non si fossero verificati: se Hitler fosse stato ucciso in fasce, per dire, e altre ipotesi del genere. Il tono è scanzonato, quasi cabarettistico, ma la scena in cui si chiede alla platea di scegliere se sia il caso di sparare o no a un Adolf neonato è sottilmente crudele. Anche qui il registratore coi messaggi viene poi chiuso e sigillato, a futura memoria.

Il terzo episodio sembra il più distaccato, il più oggettivo, invece probabilmente è il più sinistro. Qui gli attori non fanno che fotografarsi a vicenda: fotografano gesti, sensazioni, parti anatomiche. Fotografano il buio e la luce. Con una nitidezza agghiacciante fissano, insomma, l'inafferrabile totalità della nostra esistenza, preparano ciò che resterà di noi per metterlo a disposizione di ignoti scienziati alieni che un giorno, forse, indagheranno su ciò che è accaduto alla Terra. E nell'ostentata spigliatezza con cui fanno tutto questo c'è un ambiguo sottofondo visionario, che rivela una raggiunta maturità espressiva.

Visto al festival Drodesera 09

di renato palazzi

(14:36 - 03 ago 2009)



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