È partita bene questa prima edizione dei Teatri del Sacro di Lucca, il neonato festival - diretto da Fabrizio Fiaschini - che si propone di esplorare il rapporto fra la scena e la spiritualità in tutte le sue possibili varianti. Non è facile, per l'osservatore laico, accostarsi a un progetto così dichiaratamente orientato: ma resta l'impressione di una manifestazione dotata di una forte ragion d'essere, che tutto concorre a rendere vitale, la compresenza di artisti e gruppi di generazioni diverse, la molteplicità degli stili e degli approcci al tema, il pubblico, certo "di parte", ma folto e attento, la città stessa, con le sue bellissime chiese e le sue piazze.
Molte, non a caso, sono state le proposte legate soprattutto alla voce e al canto, attingendo a un repertorio che va dai riti calabresi di liberazione dalla possessione alle nenie dei cantastorie siciliani per la Settimana Santa. In questo ambito è parsa alquanto suggestiva la Canzone al Vangelo di Cristian Ceresoli, con Silvia Gallerano e Antonio Pizzicato. Ceresoli e Pizzicato, qualche anno fa, avevano creato una straordinaria performance sonora, Voce sola, in cui la vicenda di Edipo veniva precipitata nell'inferno di un'odierna metropoli. Lo stesso tipo di intervento, seppure in altra chiave, viene ora ripetuto con la materia evangelica.
Due sono i tratti caratterizzanti dell'operazione: dal punto di vista musicale la Gallerano e Pizzicato - accompagnati da un esuberante fisarmonicista, Gianluca Casadei - intonano in italiano, in greco, in aramaico delle trascinanti melodie mutuate dalle cadenze elementari dei canti popolari, trasformando la storia del Cristo in una sorta di operina folk. Anche i testi hanno le ripetitività e le assonanze tipiche della cultura popolare. Dal punto di vista drammaturgico, invece, Ceresoli cala episodi come le nozze di Cana o la moltiplicazione dei pani e dei pesci sullo sfondo della Palestina attuale, fra eserciti contrapposti, mine, campi profughi.
Non è facile compiere simili accostamenti senza cadere nel banale, ma lo spettacolo rivela una scrittura sfumata quanto basta per tenere a distanza la retorica, lasciando che il sovrapporsi di epoche e linguaggi avvenga quasi naturalmente. Nell'insieme, colpisce il senso di dinamismo, di insolita forza fisica che emana da quel Battista "grande e grosso, tutto rosso", o da quel Gesù che sembra percorrere grandi distanze portandosi la madre sulle spalle. Ed è agghiacciante l'invenzione finale di un Cristo in croce che ritorna all'improvviso bambino, diventando di fatto, emblematicamente, uno dei tanti bambini bombardati e dilaniati in quella terra.
di renato palazzi
(15:26 - 28 set 2009)
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