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16:17 - luned́ 21 maggio 2012


Casa di bambola

È noto quanto la didascalia iniziale di Casa di Bambola, di Ibsen, sia significante: descrive minuziosamente stato d'animo, clima, arredamento, periodo storico, inclinazioni religiose e sociali di casa Helmer. Una famiglia borghese, benestante ma ambiziosa, chiusa in uno spazio claustrofobicamente ben ammobiliato: lì dentro, tra la stufa e le decorazioni natalizie, si consuma la tragedia-non-tragedia di Nora, la "lodoletta" adorata dal suo Torvald. In quel mondo estremamente rifinito e limitato, tra quei mobili, tra quei "segni" che comunicano stabilità, calore, affetto, sicurezza sociale, identità, la storia di questa donna che decide di "liberarsi" dopo aver combattuto una personalissima battaglia fatta di crediti, di prestiti, di onore e rispettabilità ha un senso profondo. Diventa - o forse diventava - una vicenda protofemminista, per quanto còlta e raccontata sempre e comunque dal punto di vista maschile, ossia dello stesso Henrik Ibsen, sensibile quanto vogliamo, ma pur sempre uomo.

È estremamente interessante, dunque, la radicale scelta operata da Arthur Nauzyciel, che ha presentato al teatro Valle di Roma l'esito della NouvelleEcole des Maîtres 2009, elaborato proprio sul capolavoro ibseniano. Alle prese con 12 giovani e bravissimi attori, libero di scegliere e di scavare nel testo, che fa il regista francese? Costruisce una specie di acquario - complice lo scenografo Giulio Lichtner - dalle pareti riflettenti, uno spazio pentagonale chiuso, tagliato solo da poche fessure verticali più o meno ampie. E mette un tappeto di moquette bianca e un alberello di natale, di quelli miseri e di plastica con lucine altrettanto povere. Ecco tutto. In quell'acquario si muovono i personaggi, vestiti quotidianamente: bracaloni e bermudoni per gli uomini, jeans o un abituccio per le donne. Personaggi che si moltiplicano e si sovrappongono, che si "seguono" come angeli custodi, per cui ogni attore poteva fare più ruoli e ogni ruolo veniva suddiviso a seconda degli atti del dramma. Ecco, allora, che con grande e folgorante intuizione, i ruoli femminili del primo atto sono affidati a uomini e viceversa: così Nora (il bravissimo Luca Carboni), forte del fatto che la protagonista dice, al colmo della sua autogratificazione di sentirsi "un uomo", diventa una figura straniata e straniante, e ancor più alte risuonano le sue parole e le sue intenzioni, soprattutto nel confronto con un Torvald femmineo (l'ottima e sinuosa Gaia Insenga).

Il gioco di parti, insomma, si ribalta: e le tensioni non sono più solo "di genere" ma di sottile e serrata disquisizione filosofica, che si approfondisce nel secondo atto, in cui Nora assume il volto candido e algido della belga Alice Hubbal (una Huppert dai tratti più morbidi) che si cimenta con il tagliente Elmano Sancho, sino al devastante e amarissimo finale. Qui Nora ha il corpo statuario di Anabel Lopez (anche lei belga): di fronte a lei un Torvald che è la Nora iniziale, ossia Luca Carboni. Si capisce, dunque, che la "staffetta" attorale non è solo un elemento di pedagogia teatrale, un dare spazio a tutti gli allievi attori di questa splendida Ecole, ma ha un profondo senso drammaturgico. La ricerca di identità che attanaglia tutti i personaggi della commedia, infatti, ben si riflette in questa continua mutazione, in questa sfaccettatura caleidoscopica di ciascuno. Tutti vorrebbero essere altrove, tutti vorrebbero essere altro: si rappresentano, per convenzione e quieto vivere, eppure bruciano di frustrazione o di ansie di fuga. Casa di Bambola, nella visione aguzza di Nauzyuciel, è una danza al massacro, un rispecchiarsi continuamente nell'altro sotto l'occhio feroce di chi guarda. Che è il pubblico, certo, a sua volta costretto a guardarsi nell'effetto-specchio della scenografia: un effetto a lungo andare stancante, e per questo sicuramente implacabile.

Lo spettacolo, dunque, vive di un ritmo che è sommesso ma inesorabile: un garbato squartarsi a vicenda, un feroce ma sorridente gioco al massacro di cui tutti sono vittime, compresa quella Nora che sceglie una improbabile fuga solitaria, dopo l'incontro-scontro gelido e pieno di lacrime con quel mostro di Torvald. Ne esce una umanità malata di solitudine e arrivismo, ossessionata di soldi e bisognosa di un affetto qualsiasi, pur di andare avanti. Nora si sottrae a questo mondo, è là sulla soglia di quell'acquario, gli occhi pieni di lacrime, ma decisa a fuggire: e Torvald, immobile e ottuso, al centro del tappeto, si renderà conto solo poi, molto dopo, del vuoto abissale in cui sarà costretto a vivere.

Gli attori sono bravissimi. Oltre ai già citati vale la pena ricordarli tutti: Gwendal Anglade (Francia), Julie Chaubard (Francia), Ana Cloe (Portogallo), Antoine de la Roche (Francia), Aurora Peres (Italia) Terence Rion (Belgio), Rodrigo Sousa Machado (Portogallo). Ma bravo è soprattutto il regista. Il poco più che quarantenne Arthur Nauzyciel affonda nel testo di Ibsen senza preconcetti e con grande acume ne fa risaltare la complessità, svela legami e rapporti puntando su quella recitazione minimale, raccolta, senza grandi slanci gestuali (eccezion fatta per la bella sequenza della tarantella) che fa librare la parola, qui tradotta in un inglese che è al tempo stesso lingua estranea e familiare. In pochi giorni di lavoro dà senso e fa fruttare un percorso formativo come quello dell'Ecole, e svela laddove ce ne fosse bisogno, che di Casa di Bambola si può e si deve discutere ancora...

di andrea porcheddu

(00:29 - 09 set 2009)



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