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05:04 - giovedì 24 maggio 2012


Questa sera si recita la nostra fine

Allora: uno si fa due ore di macchina, bloccato negli eterni ingorghi romani causati da un semplice temporale nell'ora cosiddetta di punta. Arriva alla landa desolata del Teatro India, sul lungotevere, nella zona di Ostiense. Parcheggia malamente, e approfittando di un cartone usato a mo' di ombrello raggiunge lo spazio antistante i capannoni ex-industriali dove ha sede lo spazio teatrale. Sono le otto di sera. Per ristorarsi si avvicina al bancone bar e chiede un bicchiere di vino rosso: la barista, peraltro simpatica e avvenente, oltre al calice porta uno scontrino di 4,5 euro. Voi direte: ma almeno avrà portato anche qualcosa da stuzzicare, che so, un crostino, un'oliva. Nulla, solo noccioline umide. E chi aveva voglia di mangiare qualcosa ha avuto la sventura di vedersi presentare un conto di 12 euro per una piadina degna della Salerno-Reggio Calabria e un bicchierino di bianco. Il povero cronista di spettacolo, così, rimpiange quei bei teatri europei, dove ci sono caffè accoglienti, dove puoi addirittura cenare, dove c'è musica e l'arte di far vivere le sale teatrali ben oltre il momento della "sacra" rappresentazione.

Trangugiato il vino - buono ma certo non un Amarone né un Brunello - il critico si avvia alla sala, dove lo attendono non una ma ben due compagnie associate attorno ad uno spettacolo: Gogmagog ed Egumteatro, unite per affrontare Luigi Pirandello. La presenza romana dei due gruppi si inquadra nel vivace programma de Le Vie dei Festival, rassegna capitolina che ha celebrato la sua sedicesima edizione, diretta da Natalia di Iorio.

La scena si impone subito con un gusto d'antan: un telo damascato sul fondo e una panchina. La scelta dei registi di Egum, Annalisa Bianco e Virginio Liberti - peraltro tra i più apprezzati e attivi della scena contemporanea - sembra muoversi tra un tentativo di dare una "rinfrescata" ai classici pirandelliani e una impossibilità (o incapacità?) di sganciarsi da una visione blandamente filologica e rispettosa dei testi scelti. La selezione drammaturgica, infatti, vede accostati tre polverose operine: Sogno ma forse no, L'uomo dal fiore in bocca e All'Uscita. A far da filo rosso una suggestione tra l'esoterico e il "caro estinto". Niente Romero o zombi, ma lapidi e dettagli odontoiatrici (stampati sulle vecchie, care, valigie) a impressionare lo spettatore. Per il resto, il solito Pirandello, ancora con i suoi ragionamenti sul tradimento, sull'amore, sulle "corna". Chissà cosa scriverebbe oggi, in questi anni di amori liquidi, di disinvolte e tragiche separazioni, di amanti non fedeli presi e lasciati nell'arco di un respiro... Come vivrebbero quei suoi "ragionatori" implacabili, quei filosofi da salottino borghese, quelle donne tutte passioni e pistole, giri di perle e languidi svenimenti? Come reagirebbero di fronte ad un popolo che ormai dice Amo', Teso' e usa una espressione vivace come "non mi caghi" per dire che l'altro ha rivolto i suoi interessi altrove? Insomma, sono davvero eterne le parole di Pirandello? Quel bel gusto un po' passato, polveroso, educato che gronda da ogni battuta necessita di una rinfrescata o no? Che lingua parlerebbe quell'uomo colpito da "epitelioma" apostrofando lo sconosciuto avventore di un bar notturno?

Lo spettacolo non dà risposte. Prova, si è detto, ad attraversare i testi cogliendone il nocciolo drammatico, non senza ironia, ma alla fine non ne viene a capo. Si resta seduti con l'impressione di vedere una volenterosa compagnia "amatoriale di ricerca" (una brillante intuizione di Nico Garrone a proposito di tanti giovani gruppi della nuova scena) còlta nel tentativo di "sdoganare" quei consunti personaggi. Non bastano le maschere che danno spessore allucinato ai volti, non basta l'amplificazione a salvare i pur volenterosi attori. Sappiamo che la noia non è una categoria estetica, ma vedere, ad esempio, l'allucinato "filosofo" dell'Uscita fare l'ubriaco in quella maniera stereotipata suscita solo noia. Ci sarebbe stata la possibilità, poi, di vedere un altro spettacolo degli stessi registi: Liberti e Bianco alle prese con Beckett di Aspettando Godot interpretato dagli attori della compagnia LaLut. Ma la serata - dopo la pioggia, il caro vino e lo smunto Pirandello - poteva tranquillamente finire.

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di andrea porcheddu

(15:54 - 28 set 2009)



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