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21:54 - mercoledì 08 febbraio 2012


L'amante

Il piccolo festival che il Teatro Franco Parenti dedica a Pinter, per quanto nato un po' per caso, come avverte la Shammah, è comunque un'occasione per fare il punto - a quasi un anno dalla morte - non tanto sulla drammaturgia dell'autore inglese quanto sullo stato dei nostri rapporti con essa, sul grado di penetrazione del suo immaginario nella nostra sensibilità di spettatori. La rassegna è stata aperta dalla stessa Shammah, che ha ripreso un suo spettacolo di una dozzina d'anni fa, L'amante, interpretato come allora da un'insinuante Anna Galiena, mentre nel ruolo del protagonista Roberto Trifirò ha preso il posto di Luca De Filippo.

Il testo, elegantemente ambiguo, si basa su un'unica, paradossale invenzione: al centro dell'azione ci sono due coniugi che si salutano meccanicamente al mattino, quando lui esce per andare al lavoro, e si ritrovano la sera per confessarsi con altrettanta indifferenza i propri spudorati tradimenti: lei al pomeriggio riceve un focoso amante, lui ammette di frequentare una prostituta. Non ci vorrà molto a capire che quegli ostentati tradimenti avvengono solo nella loro mente, che l'uomo cui la donna si dà con passione mentre il marito è in ufficio non è che il marito stesso, in un gioco erotico inventato per ravvivare il loro stanco ménage borghese.

Pinter, con questo atto unico, voleva certo andare oltre il mero aneddoto, svelando le ipocrisie e i condizionamenti della coppia, intrappolata nei suoi riti, prigioniera di vacui diversivi. Forse nel '62, quando fu scritto, risultava davvero più destabilizzante. Oggi spicca soprattutto la fragilità dell'assunto, il gusto della trovata pungente ma di breve respiro, rivestita però di una straordinaria raffinatezza compositiva: colpisce, come sempre, l'alta qualità dei dialoghi, quella capacità dei personaggi di parlare del clima, di parlare del traffico, sviando, suggerendo, dicendo e non dicendo, anzi dicendo tutto proprio attraverso un virtuosistico non dire.

La messinscena di Andrée Ruth Shammah, più che sulla crisi dell'istituto matrimoniale, sembra puntare con molta ironia sul rapporto tra verità e finzione, ponendo in mezzo al palco un'incombente camera da letto che assomiglia a un teatrino: con un ingegnoso ribaltamento, in questo spazio di rappresentazione la regista non ambienta però gli incontri pseudo-clandestini dei due falsi amanti - emblematicamente scanditi da incongrui tamburi tribali - ma il gelido distacco che simulano nella loro quotidianità coniugale. E i due attori sono bravi a mantenersi lungo il sottile confine tra vita e menzogna, tra inganni dei sensi e autentica inquietudine esistenziale.

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di renato palazzi

(16:52 - 05 ott 2009)



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