Oggi che William Forsythe ha completamente abbandonato l'idea di un progetto coreografico tradizionale (sempre più interessato all'arte visiva e al teatro happening ideologico e radicale), il mantenimento di alcune sue imprescindibili opere dei primi anni '80 storicizza la fioritura del suo estro teatrale e fissa le prime tappe del cammino della danza postclassica del nostro tempo.
Dopo Artifact, capolavoro presentato a TorinoDanza qualche settimana fa, al Valli di Reggio Emilia per Aperto Festival (nato dalla fusione del RED ReggioDanza Festival e REC) è tornato quell'Impressing the Czar che vide proprio sulla scena reggiana la sua sconvolgente prima nazionale nel 1989 e che oggi rivive grazie al Royal Ballet of Flanders. Cinque scene per tre tempi come un ballet à grand spectacle tardo ottocentesco tanto amato, appunto alle case imperiali. Qui però a farla da padrone è il gioco della decostruzione, della ricontestualizzazione, dell'assemblaggio apparentemente casuale e invece mirabilmente calibrato di frammenti coreografici, che dilagano nello spazio scenico tra squarci di affreschi rinascimentali e pezzi di scenografia e attrezzistica varia (tra cui due enormi ciliegie), cadenzati dalla voce squittente di una teenager il cui immaginario è nutrito da televisione, commercials e fumetti (tanto da battezzare il suo eroe Mr Pnuts, orecchiando i Peanuts) e al telefono con un compagno commenta in maniera del tutto asettica quel che le succede intorno.
Metafora postmoderna della decadenza del senso del bello, che però sopravvive a ogni disastro, Impressing si apre infatti con una serie di citazioni della letteratura coreografica classica e neoclassica: Balanchine affidato a coppie in calzamaglia e Petipa (ma anche Cranko) per bellissime dame in crinoline. Sequenze inconfondibili per soliste e per "file" ed estratti da scene pantomimiche celebri che Forsythe comprime, dilata, mischia confonde, mentre il Quartetto 141 di Beethoven a sua volta subisce mutazioni di tempo e di suono: sparsi sulla scena, ognuno perso nella sua azione, assoluto nella sua essenza, i danzatori si muovono quasi in maniera autistica, qua e là citando opere d'arte come la Venere di Milo o il San Sebastiano del Mantegna, estenuati punti di riferimento. Il quadro (dall'enigmatico titolo Potemkin's Segnature) è un emblematico surreale atto d'accusa e insieme un prodigioso saggio di estro compositivo, che prelude al sempre mirabile In the middle somewhat elevated, danza pura e dura, estrema e bellissima, titolo unanimemente cult.
Meno interessanti, ad oggi, appaiono i brani "teatrali" dove l'elemento surreale e visionario e i testi (in inglese) che cadenzano una bizzarra asta di oggettistica ostinata e petulante, accrescono il nonsense e offuscano il messaggio che si intuisce invece nella coreografia. Che, come dicevamo, è davvero imponente e anche teatralissima, abile e scafata. Lo si vede bene nell'ultima sezione, Bongo Bongo Nageela in cui tutta la compagnia - ragazzi e ragazze - appare con la gonnellina blu e la camicia bianca delle high schools americane: zazzera, calzettoni, scarponcini completano la mise di queste quaranta teenagers indiavolate che corrono per il palcoscenico in un cerchio dall'energia tribale e accennano a unisoni steps da discoteca, banalizzazione estrema dell'arte della danza e profetico memento della MTV generation che di lì a poco (Impressing è del 1987) sarebbe definitivamente esplosa.
Il Royal Ballet of Flanders, guidato dall'intelligente Kathy Bennett, già assistente di Forsythe, è una compagnia di buon livello, però senza il ruvido graffio e la superba bellezza atletica e possente dei creatori del balletto il Frankfurt Ballet e l'Opéra di Parigi generazione Guillem). Manca un po' l'adrenalina insomma. Il pubblico comunque apprezza e torna ad applaudire il genio regolare dello sregolato Forsythe.
di silvia poletti
(16:29 - 05 nov 2009)
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