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05:29 - giovedì 11 marzo 2010


L'ospite segreto

Qualcuno la definirebbe "favola nera": c'è un'altra storia - appunto nera, oscura - che scorre sotterranea durante L'ospite segreto, primo studio di un nuovo spettacolo di Roberto Bacci su drammaturgia di Stefano Geraci. Il lavoro è un atto d'amore per il teatro, raccontato in alcune delle sue manifestazioni maggiori: Louis Jouvet e Molière. Il gioco ha infatti uno spunto metateatrale: un attore "fugge" o è scacciato, dal teatro - dal "suo" teatro - e si rifugia nelle sue stanze, a dialogare in un eterno gioco di parti con il suo segretario.

Viene in mente Il servo di Losey o meglio ancora Il servo di scena messo in film da Peter Yates: insomma, l'immutabile rapporto servo-padrone, dove l'uno segue, accudisce e forse domina l'altro. L'attore è in crisi, si scontra con quei personaggi amati e odiati, che sera dopo sera sono la sua vita e la sua condanna. Che cosa sarebbe un attore senza i suoi personaggi? Un attore vive solo nel momento in cui "fa", recita, interpreta un personaggio. La sua vita è un passaggio continuo da un personaggio all'altro: esiste solo nel momento in cui lavora (o recita, che dir si voglia). Quando si incontra un attore non gli si chiede mai "come stai?", ma "cosa stai facendo": perché è nel "fare" la sua salute, la sua vita appunto, la sua identità. Quindi ecco Jouvet, con i suoi consigli agli attori giovani della Comédie. Ma chi sono, poi, questi personaggi? Non siamo noi stessi, semplicemente, a essere costretti a recitare un personaggio, giorno dopo giorno, nella nostre blande esistenze?

In L'ospite segreto, l'attore sopraffatto dalle ombre si chiude in sé, parla il segretario, che solerte lo invita continuamente a tornare alla vita, ossia al teatro. E per ottenere il suo scopo, il segretario non fa altro che dar la battuta, invocando o assumendo su di sé i personaggi interpretati dall'attore. Dopo Jouvet, ecco dunque Molière: Don Giovanni e Sganarello, ma anche tutti gli altri grandi "caratteri", dal Tartufo al Misantropo, dall'Avaro a Messieur Jourdain. Una galleria di "malati immaginari" e reali, che sono riflesso delle ipocondrie dell'attore, con quella poltrona settecentesca che attraversa la scena, capace di evocare quella su cui morì - recitando - lo stesso Molière. Ecco, allora, che si insinua la favola nera dello spettacolo.

Lo spazio scenico è una sorta di stanza, un lungo corridoio, con il pubblico disposto alle due ali, ma con lucine da ribalta a delimitarlo: appena vi entra, Cacá Carvalho, che di questa vicenda è protagonista, si spoglia, svelando quel suo corpo esagerato, segnato, grasso. Resta in calzette e boxer, mentre il servo-segretario, con la sua divisina modesta e spenta, si dà da fare, compunto, per riassettare, sistemare, spostare. Sembrano un po' Stanlio e Ollio, a vederli vicini. Tanto è dirompente l'attore, altrettanto è ritroso e ligneo il segretario: ma c'è di più. C'è la favola nera, c'è la morte, in altre parole l'affanno di quel corpo obeso: che diventa aspra e malinconica paura della scomparsa, dell'oblio, nel momento in cui - con un gioco tutto teatrale - il segretario si svela essere una bellissima fanciulla, il cui seno candido e nudo altro non è che il disperato struggente emblema della nostalgia.

Insomma, in quella bellissima donna - che recita la scena della falsa seduzione dal Tartufo - si cela la morte. A guardare quei due corpi che dialogano, illuminati dalle lucette di ribalta, si svela l'ospite segreto, il convitato di pietra, di questo spettacolo: nel canto sopra le righe, nevrastenico e disperato dell'attore, che cerca di avvinghiarsi con le unghie e con i denti alla vita, si avverte già un'eco funebre, l'amaro disincanto di chi sa che deve morire. Cacà Carvalho conferma la sua verve interpretativa, capace di segnare inevitabilmente, nel bene e nel male, lo spettacolo mentre sorprende la mutevole grazia di Joana Levi. Visto nell'imponente nuovo Teatro Era di Pontedera, il lavoro è destinato a ulteriori sviluppi.

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di andrea porcheddu

(13:26 - 23 Nov 2009)



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