Let the sunshine inè uno degli "studi" - allestiti in contesti diversi - con cui i Motus si avvicinano gradualmente a una messinscena definitiva del mito di Antigone. Suppongo che il lavoro cambi molto a seconda dei luoghi in cui si svolge. A Milano l'ho visto in una sede bellissima, l'enorme spazio industriale dell'Hangar Bicocca, dove era ospite del Teatro i, e mi ha piuttosto colpito.
Avessi meno di trent'anni, mi avrebbe aperto dei nuovi orizzonti su un altro modo di affrontare i classici. Avendone qualcuno in più, tendo un po' a vedere il trucco. Ma va detto che i Motus, quando raggiungono il giusto grado di intensità, lasciano il segno.
Qui l'azione si svolge ai due lati dell'ambiente, col pubblico insolitamente sistemato in mezzo. L'andamento è volutamente frammentario: una delle chiavi dello spettacolo consiste infatti nella scelta di alternare ai gesti, ai movimenti, alle situazioni del testo commenti e riflessioni degli attori. I bravi Silvia Calderoni e Benno Steinegger pronunciano, gridano, sussurrano alcune battute dei propri personaggi, poi subito si affrettano a interrogarsi sul senso dei comportamenti di costoro, chiedendosi a quali di essi si sentano più vicini, o come avrebbero reagito in analoghe circostanze, nella strenua ricerca di un'assoluta personalizzazione.
L'altro aspetto che caratterizza l'operazione è il costante tentativo di riportare la tragedia a tensioni e sentimenti del presente. Riprendendo certe suggestioni del suo precedente progetto X (ics), racconti crudeli della giovinezza, il gruppo cala dunque la vicenda in un clima di rabbia e smarrimento adolescenziale, fra i segni di un immaginario acremente metropolitano. Soprattutto i due fratelli nemici, Eteocle e Polinice, si prestano a questo approccio, assumendo l'uno il ruolo di un poliziotto violento, l'altro quello di un dimostrante col fazzoletto sul viso, in una livida partitura di lampi, scoppi, nubi di fumogeni e voci deformate dal megafono.
Il richiamo al G8 è francamente un po' ovvio, ma ciò che conta è lo sguardo gelido, il linguaggio destrutturato, sottolineato da un paio di invenzioni emblematiche. Polinice, ad esempio, sta morendo da una parte mentre Antigone, in ginocchio, lo piange dall'altra: lui si alza, va a raggiungerla e le si stende davanti, per ricomporre l'immagine del dolore rituale. Poi lei lo seppellisce sotto un mucchio di sedie di plastica che - con sorprendente rudezza - porta via agli spettatori, costringendoli a restare in piedi. Il finale, che avviene all'esterno, è di grande effetto emotivo: lei, su un mucchio di detriti, canta la canzone del titolo, un motivo anni Sessanta dal musical Hair, mentre dietro scorre il traffico, e con straordinario tempismo sullo sfondo passa un treno.
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di renato palazzi
(11:41 - 03 nov 2009)
Voto utenti:
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