Quello che ci mostra Ronconi è un Mercante di Venezia nel segno degli umori neri, malinconici: è depresso e incupito il facoltoso Antonio, e non solo per le sue navi sperdute in mari lontani. È pallido e triste il suo protetto Bassanio, che parte quasi rassegnato alla conquista della bella Porzia, come se non facesse che un mero investimento sul futuro. E se costei si presenta all'apparenza più reattiva, lo deve però probabilmente non tanto a un'innata vivacità quanto a una certa ossessiva incapacità di stare ferma, un riflesso motorio di qualche segreta inquietudine. In una simile prospettiva, non stupisce che sia grigia e inacidita persino la serva Nerissa.
Questo stato d'animo diffuso - espresso attraverso posture rigide, attraverso una dizione lenta, priva di calore - sembra corrodere come un male oscuro i sentimenti e la vita stessa dei protagonisti, insidiando addirittura la loro consapevolezza di sé: ciascuno di essi, per un verso o per l'altro, sembra interrogarsi sulle proprie perdute certezze, ciascuno è alla ricerca di un'identità smarrita. Antonio lo dice in apertura di spettacolo: "Questa tristezza fa di me un tale inetto che fatico a conoscere me stesso". Bassanio dovrà dibattersi in un dilemma, quello tra la fedeltà alla sposa o all'amico (con tutta l'ambiguità che un tale dubbio può implicare).
Uno dei momenti-clou di questo viaggio introspettivo è palesemente la famigerata prova dei tre scrigni, il feroce gioco di indovinelli attraverso il quale, per volere del padre morto, Porzia dovrà legarsi all'uomo che farà la giusta scelta tra oro, argento e piombo. Ma ancora più emblematica è la scena del processo a Shylock, quando Porzia e Nerissa, travestite da uomini, arrivano a porsi in contrasto col proprio io femminile, rivendicando gli anelli donati ai rispettivi mariti. Quanto a Shylock, lui avrebbe le idee chiare su ciò che è e ciò che vuole, ma ci pensano gli altri, imponendogli la conversione forzata, a smontare le sue sicurezze.
Da dove nasce il loro malessere? Anche su questo punto Ronconi è molto esplicito: riducendo la Venezia dei commerci e l'incantata Belmonte a un unico spazio disadorno, un gelido capannone con merci che scorrono su carrelli, e riempiendolo di bilance di ogni forma e dimensione, fa intendere che il problema è la legge del profitto, il fatto che ogni gesto, ogni affetto richieda il pagamento della sua libbra di carne. Anzi, il tema è ancora più attuale: a causare sgomento non è tanto la percezione di un mondo guidato dagli interessi, ma la precarietà di questo mondo, la scoperta che in un attimo ciò che aveva valore può anche non valere più niente.
La scena di Margherita Palli è, come sempre, raffinatamente evocativa, i costumi di Ursula Patzak rimandano a un tardo Ottocento di traffici marittimi e imperi coloniali. La compagnia è mediamente di ottimo livello, con Fausto Russo Alesi, uno Schylock di incontenibile istrionismo, ed Elena Ghiaurov, una tormentata Porzia, che svettano su tutti. Nel complesso, la chiave di lettura è illuminante, e viene applicata con un rigore esemplare. Eppure, in questo pur bellissimo spettacolo, c'è qualcosa che lascia vagamente insoddisfatti, e vorrei tentare di spiegare di cosa a mio avviso si tratta.
La responsabilità non è ovviamente di Ronconi, che svolge con straordinaria qualità il suo ruolo di regista. Credo invece che sia proprio un certo tipo di regia novecentesca, intesa come sforzo di tradurre l'interpretazione critica di un'opera canonica in grande macchina spettacolare, ad apparire un po' al tramonto, in un'epoca in cui il gusto si va facendo più frammentario, più sensibile alle esperienze in divenire. Lo stesso Ronconi ha dato il meglio di sé la scorsa estate nel laboratorio sul Gabbiano, in cui smontava e rimontava il testo, mostrava delle ipotesi di lavoro, in un percorso "aperto" più liberatorio per lui e più appagante per lo spettatore.
Visto al Piccolo Teatro Strehler di Milano
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di renato palazzi
(16:54 - 18 dic 2009)
Voto utenti:
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