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05:11 - giovedì 24 maggio 2012


Pinter's Anatomy

Ci sono due genii che girano per il teatro italiano. Hanno una "ditta" che ricorda più un brand alla moda che non le compagnie all'antica italiana, ma un brand che funziona: Ricci&Forte. La "e" commerciale la mettiamo noi, perché quel marchio di fabbrica ormai conosciuto ha assunto un glamour decisamente internazionale. Li seguiamo praticamente dalle prime prove, e abbiamo avuto il piacere di cogliere una costante evoluzione stilistica e contenutistica non solo nella scrittura - una drammaturgia aperta, sempre febbrilmente attenta alla lingua, al presente e all'intimità dell'individuo - ma anche nella visione scenica, ossia negli allestimenti.

Il teatro di Ricci e Forte è di grande impatto, ipercontemporaneo, intelligentemente modaiolo e implacabilmente cinico: cinico perché inesorabilmente destinato a portare allo scoperto le fragili emotività di esseri umani che sono semplici e marginali creature di mondi reali e quotidiani. È un teatro di parola, il loro: affidato completamente a narrazioni-confessioni, a flussi di coscienza che mescolano desideri e frustrazioni, ambizioni e ricordi, sogni e disillusioni. Sono non-personaggi (giacché è pressoché impossibile scindere la parola dall'interprete) che usano un linguaggio piano, banale addirittura, che però proprio nella semplicità in un istante si apre a virate poetiche struggenti, a derive liriche di nitida bellezza. E quel candore che è di ciascuno, porta ad una reale, sincera com-passione: è un teatro fatto di empatie che nascono sì da archetipi collettivi, ma non da inconsce e misteriose immagini, piuttosto da semplice (con)vissuto, ossia da tracce di passato che tornano: cose, oggetti, marchi, prodotti.

Ecco, i "prodotti" sono la base della memoria collettiva evocata da Ricci e Forte, prodotti che fanno - hanno fatto - l'identità di ciascuno. All'interno di questo mondo, e di questo linguaggio, i due autori-registi applicano giochi scenici che hanno una grande verve fisica, quasi coreografica, improntata ad una energia rara, discotecara e festaiola, di eccentrica esibizione del sé ma pronta a tramutarsi in solitudine esasperata e disperata, in sopraffazione fisica, in cruda violenza. Proprio nell'alternarsi sapiente di momenti privati e momenti "pubblici" si avverte una chiave d'accesso a questi lavori: lo scavo è verticale, più che orizzontale, intimo più che politico, ma subito la fragilità dell'individuo - quel disperato bisogno d'amore, quel terrore della solitudine - diventa anche fatto pubblico, diventa "prostituzione" a una società che corrompe più che aiutare.

Per questo era intrigante l'incontro di Ricci e Forte con il teatro di Harold Pinter, grazie alla commissione del Css di Udine, nell'ambito del bel progetto Living Things - Harold Pinter (leggi l'approfondimento). I due artisti romani non hanno rinunciato alla propria linea espressiva e, piuttosto che affrontare un testo o l'altro, hanno scelto di approntare una "anatomia" di Pinter. Quel clima, quella sopraffazione dell'uomo sull'uomo, quei poteri violenti e inafferrabili, quella tensione incomprensibile eppure angosciante - che è del teatro di Pinter - diventano con Pinter's Anatomy un viaggio in quattro vite qualsiasi, di esseri umani giovani e giovanissimi. Il lavoro, ambientato nei camerini del teatro San Giorgio, è per tre spettatori alla volta. In una stanza, a sinistra, si intravede un uomo nudo, su un tavolo che potrebbe essere d'obitorio: ma il morto ricorda, parla, lascia lacerti di memorie, visioni. Poi di là, nell'altra stanza, tre persone, con maschere di personaggi da fumetto, montano il più classico degli alberi di Natale. Dunque, subito, il contrasto tragico: la morte che si fa strada nella vita, lo squallore evidente di corpi che non sono più, a far da contraltare con le mascherate allegrone di ogni giorno.

In questo mondo di felicità coatta e obbligatoria, in questo mondo di social network che ci fanno tutti amici e di centri commerciali che soddisfano ogni desiderio, l'ansia è ancora quella della prima volta, di amori devastanti, di "disperate vitalità". I racconti si affastellano, si intrecciano, si scambiano. Ma c'è spazio anche per evocare la vicenda di Cucchi e dei tanti pestati perché "froci" o "drogati", delle tante mezzeverità di Stato, dei tanti che pieni di sogni e di vita, finiscono chiusi in un saccone nero, con attaccato al dito un cartellino. Lo stesso cartellino che ogni spettatore ha riempito, poco prima, con il proprio nome e con una data significativa. I quattro interpreti di Pinter's Anatomy sono straordinari per energie e per totale messa in gioco: che è uno svelarsi, un mettersi a nudo - non solo reale - un donarsi possente da travolgere lo spettatore, che resta là, le spalle al muro, a contemplare la propria fine.

di andrea porcheddu

(16:44 - 10 dic 2009)



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