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16:23 - luned́ 21 maggio 2012


Scene da Romeo e Giulietta

Le Scene da Romeo e Giulietta, che Federico Tiezzi ha allestito al Fabbricone di Prato, sono fra l'altro, a modo loro, anche un'eloquente dimostrazione di come cambia nel tempo la percezione del rapporto tra realtà e finzione, un concetto fondamentale del teatro. L'inizio dello spettacolo è folgorante: in una sorta di cella sotterranea o fossa dei leoni - col pubblico seduto tutt'attorno, in posizione sopraelevata - le scene d'amore più celebri e intense del testo, "o Romeo Romeo, perché sei tu Romeo", il dialogo sull'allodola e l'usignolo, sono affidate a due attori ottantenni, Francesca Benedetti e Franco Graziosi.

Questa invenzione - che vorrebbe testimoniare l'universalità del sentimento, il sopravvivere dell'amore all'età e ai diversi cicli della vita - sposta di per sé le parole del testo in una dimensione "finta", perché chi le pronuncia sono due adolescenti, e la loro vecchiaia è il frutto di un mero artificio teatrale. Ma l'affanno della loro voce, le movenze rigide con cui si sdraiano sul giaciglio della loro breve unione, trasformando l'urgenza del desiderio giovanile in una straziante immagine di nostalgia e di consapevolezza della fine, sono assolutamente autentici, e dunque conferiscono ai loro gesti il senso di una dolorosa verità.

Poi l'azione si sposta in un altro punto dell'ex-capannone industriale, dove i protagonisti tornano a essere dei ragazzi, ma il loro incontro, dalla Verona cinquecentesca, si sposta fra le roulotte di un odierno campo rom, in una periferia urbana dove al posto dei Montecchi e Capuleti ci sono due bande di immigrati slavi. L'ambientazione fra gli extracomunitari, nelle intenzioni del regista, dovrebbe precipitare la vicenda in un forte clima di realtà. Ma ciò che vediamo sono attori italiani che recitano la parte dei rom, senza esserlo. E dunque l'effetto è di una finzione ostentata, a tratti persino stridente.

Se sottolineo questo aspetto non è per prendere le distanze da un'operazione stilistica che ha anche delle indubbie qualità, ma per cogliere un mutamento che investe la nostra sensibilità di spettatori: undici anni fa, col percorso a tappe di Scene da Amleto, che accostava epoche e situazioni diverse, Tiezzi aveva proposto uno straordinario approccio aperto al dramma scespiriano. Allora, però, eravamo in pieno Novecento, mentre ora è passato qualche anno dall'avvento del nuovo secolo, e certe categorie estetiche si sono intanto consolidate: in particolare i progetti teatrali con veri rom, veri carcerati, veri emarginati sono ormai entrati nell'uso.

Può piacere o meno, ma la tendenza ad azzerare l'idea stessa di interpretazione, portando in scena - come si dice - persone e non più personaggi, è entrata nel nostro immaginario teatrale, e da lì, per adesso, non si torna indietro: i finti rom, di per sé, non infastidiscono, ma ci si accorge che spiazzavano e suggerivano altre chiavi di lettura alla luce di una convenzione rappresentativa che era, appunto, tutta novecentesca. Adesso il risultato di queste trasposizioni, bello o brutto che sia, sposta poco i significati, e ci appare solo formale: la sostanza poetica dello spettacolo resta affidata ai due ottantenni, con la loro stanchezza e i loro acciacchi.

Visto al Fabbricone di Prato

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di renato palazzi

(19:49 - 04 dic 2009)



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