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04:16 - sabato 20 marzo 2010


Cyrano de Bergerac

Vi è uno struggimento, in Cyrano: amaro e dolente. Lo sappiamo, direte voi, è quel naso. Quel naso ingrombrante, che si porta dietro (o avanti) e che gli muta il carattere, la vita, il coraggio. Quel naso che lo rende oggetto impossibile d'amore. Tutti ormai conoscono la storia del Cyrano de Bergerac, la reinvenzione seicentesca di Rostand andata in scena a Parigi a fine Ottocento. E tutti pensano subito a quel naso. Ma forse no, non basta...

Quando era rinchiuso nel manicomio di Rodez, Antonin Artaud viveva sulla sua pelle, nel suo animo turbato, la consapevolezza che il proprio corpo, tormentanto, era un corpo imperfetto. Il corpo fragile di ogni uomo: condannato a morire a causa di un difetto di "fabbrica", di una anatomia fragile, corruttibile, degenerabile. Il corpo si sfalda, si consuma, muore. Ecco, allora, che Artaud cerca quel "corpo senza organi", capace di "danzare alla rovescia": e lo cerca nel teatro, il luogo - o l'arte - capace di riparare l'errore, di rendere l'uomo definitivamente padrone della sua immortalità. E Cyrano? Sa di dover morire. Sa di essere un nulla, e per questo combatte furiosamente l'apparenza concreta del nulla incarnata dal vecchio trombone teatrale, l'attore Montfleury.

Cyrano cerca affannosamente la sua immortalità nella poesia. E nell'amore. La sua è una costante lotta contro la morte, e al tempo stesso una affannosa ricerca della morte. "Ognuno di noi si porta addosso un'esistenza di troppo", scriveva Carmelo Bene in memoria di Vittorio Gassman: e l'esistenza di troppo di Cyrano è tutta lì, nel suo naso, ossia nella consapevolezza di quella impossibilità a vivere e amare, di quella morte incipiente, di quella sostanziale incapacità della poesia di garantire la felicità. La poesia non è per Cyrano quel che il teatro è per Artaud. Non salva. Nemmeno nell'utopia. La morte gli compare davanti nel momento in cui quella svampita di Rossana gli dice di amare un altro. Ecco fatto: lui che è un poeta - pronto a "regalare" i suoi versi al comico di Molière, ma non si svende al potente di turno, a quel Mazarino che tutto pensa di poter possedere -; lui che conserva la sua dignità anche nella miseria, e così conserva la sua forza, il suo incutere terrore a chiunque; lui si ritrova tutto nel suo naso. Il naso è il pretesto, il naso è nulla: se non la morte...

Si avvertiva tutto questo, nella bella edizione del Cyrano di Rostand messa in scena da Daniele Abbado con Massimo Popolizio protagonista. Si avvertiva soprattutto il tentativo - riuscito in gran parte - di sottrarre l'opera alla stucchevole vulgata da baciperugina, alla cantilena di versi d'amore, alla storia, insomma, di quell'incontro mancato tra cugini innamorati. Popolizio, da straordinario attore qual è, fa suo Cyrano, mettendovi dentro l'ironia di Petrolini; la crudeltà artaudiana; un disincanto da barbone beckettiano o chapliniano; un'eco di straniamento forse "ronconiano", un ritmo che muta la celebre "tirata" del bacio in un rap scandito dallo schioccare delle dita. Ma soprattutto riesce a raccontare la nostalgia: non per quel che è stato - che sarebbe cosa facile - ma per quel che sarebbe potuto essere.

Eccolo il dramma di Cyrano: rimanere ancorato al sogno di un amore che frana, in un istante, in un posto anonimo - in quello che oggi chiamiamo bar - tra un pasticcino e l'altro. Lei ama un altro: Cristiano. Bello, certo, ma animale, scemotto addirittura. Capace di riscattarsi solo con la morte: quando capisce (anche Cristiano capisce) in che melma si è cacciato con la sua ottusità. La storia, dunque, in questa versione assume sfumature cupe, ancora più commoventi.

Ma non tutto fila liscio nell'allestimento. Anzi. Se Popolizio giganteggia (e consapevolmente gigioneggia: ma Cyrano, si sa, è un istrione), chi gli sta accanto stenta un po'. A tratti si ha quasi l'impressione di una sbrindellata compagnia all'antica italiana: con il capocomico a far da battistrada e gli altri dietro, affannosamente a inseguire. Appare decisamente fuori ruolo Viola Pornaro come Rossana: non si capisce mai da che parte vada, sembra a disagio, troppo dura per essere oggetto di tanto romanticismo. Forse è una scelta registica, ma se tale non passa sufficientemente. Luca Bastianello, come Cristiano, fa quel che deve fare, ma accanto al mostro sacro Popolizio, rischia di sparire. Nel gruppo, decisamente altalenante, vale la pena segnalare almeno Giovanni Battaglia, calzante e tagliente come Le Bret; Carlotta Viscovo (piccolo ruolo per una brava attrice) e Dario Cantarelli alle prese con l'antipatico Conte De Guiche.

Le scene di Graziano Gregori riportano tutto a uno spazio chiuso, quasi una cripta marmorea che, cambiando di colori, cambia di suggestioni. Sulle musiche e i rumori creati da Hubert Westkemper, questo Cyrano strappa risate, emozioni, commozione al pubblico del Teatro Goldoni di Venezia, dove ha fatto tappa la tournée dello spettacolo dopo il debutto romano. Quel dolore, quella solitudine troppo rumorosa, quelle parole d'amore, quel viaggio sulla luna degno di un Don Chisciotte, fanno di questo Cyrano un omaggio ormai tutto novecentesco alla ostinata follia, perdente, della poesia.

Le prossime date dello spettacolo

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di andrea porcheddu

(17:37 - 24 gen 2010)



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I vostri commenti

albertodedalo@alice.it scrive alle 03:31 - gio 28 gen 2010
Ho visto Cyrano a Roma. Credo che il cast sia tutto di grande qualita' da Popolizio in primis ma anche la femminilita' particolare di Rossana - Pornaro, l'istrionismo di Cantarelli l'ironico Alessandroni e l'irriducibile Battaglia. Un appunto alla regia per i tagli del testo che rendono superficiali alcune battute.

lenabaretti@yahoo.it scrive alle 02:20 - gio 28 gen 2010
Finalmente una Rossana non svenevole , ma consapevole, non scolastica ma stratega, finalmente una Rossana fuori dai canoni e non stucchevole come sempre e' proposta. Finalmente una Rossana Donna! Grazie Pornaro attrice Veneziana!

gabpao scrive alle 14:09 - mar 26 gen 2010
D'accordo con la recensione di Porcheddu: Popolizio giganteggia (ma non è da oggi che è il migliore attore italiano della sua generazione, l'unico in grado di rinnovare una tradizione gloriosa) mentre la Pornaro è totalmente fuori parte, come se fosse catapultata contro la sua volontà in un ambiente ostile. Tuttavia, la scelta registica va difesa, così come l'allestimento minimalista ed efficace (e pieno di rimandi ronconiani: e se Popolizio avesse detto la sua anche sull'allestimento?)


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