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01:40 - venerd́ 19 marzo 2010


Fiabe italiane (Italian Folktales)

Ma era davvero una buona idea quella di affidare la messinscena delle Fiabe italiane di Italo Calvino - con l'aggiunta di vari altri materiali narrativi raccolti da Giambattista Basile e Giuseppe Pitrè, per completare una sorta di ricognizione nel nostro immaginario collettivo - a John Turturro e alla sua compagnia di parenti e amici? Sulla carta, usare un repertorio favolistico di varia matrice regionale per comporre un affresco dell'Italia vista in qualche modo da oltreoceano poteva anche risultare interessante: però la scelta di affidare il progetto a Turturro, certamente efficace sul piano promozionale, in senso artistico comportava molti rischi.

Mettere mano alla cultura popolare, assumere addirittura queste storie a emblema del destino umano - vivere, crescere, morire - è già di per sé complicato: difficile trovare il giusto tono, il giusto atteggiamento. È vero che l'attore americano tre anni fa a Napoli aveva affrontato più che dignitosamente Questi fantasmi! di Eduardo. Ma allora si limitava a recitare, e la regia era firmata da Roman Paska. Per giunta incastrare l'una nell'altra diverse fiabe, come lui fa, quasi a formare una trama unica avrebbe richiesto un talento drammaturgico che i suoi collaboratori a quanto pare non posseggono. Così il "montaggio" risulta faticoso, sfilacciato.

Più o meno deliberatamente, Turturro sembra voler ricavare da queste pagine l'immagine di un Sud da cartolina, in cui davvero non manca nulla, né le lenzuola stese ad asciugare, né i suonatori di chitarra che entrano dal fondo della platea con la coppola in testa, né gli scacciapensieri e i tamburelli. Anche l'ironica esasperazione dei clichè, naturalmente, ci poteva stare, a patto però di svilupparla con un gusto della citazione colta, da stampa d'epoca, e un'alta costruzione formale da cui qui siamo ben lontani. Così ne viene fuori un'oleografia melensa, un quadretto da pizza e spaghetti tanto sfacciato quanto a tratti raggelante.

Cosa voleva effettivamente essere questo viaggio fantastico tra fate che emergono dalle acque e asini che cacano pietre preziose? Un musical folk? Una féerie plebea, baracconesca? Qualunque fosse l'intenzione, lo spettacolo allestito da Turturro per lo Stabile di Torino rivela una mancanza di rigore stilistico che trapela da ogni suo aspetto, le luci stucchevoli, la scarsa cura nei passaggi dal canto alla parola, l'assenza di un criterio filologico nell'accostamento delle musiche, che svariano dalla tarantella a Modugno. Quanto agli interpreti, Turturro, sua moglie Katherine Borowitz, la sua cugina Aida sono pur bravi, ma il loro impasto di lingue e dialetti suona a sua volta orecchiato, approssimativo.

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di renato palazzi

(13:22 - 28 gen 2010)



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