Fra le realtà emergenti della nuova scena italiana va sicuramente segnalato l'Araucaima Teater di Bergamo, un gruppo giovane, almeno per quanto riguarda gli attori - il regista, Alberto Salvi, è un po' più maturo - che lavora in special modo sul rapporto tra la ricerca vocale e l'azione, con una particolare attenzione all'uso del coro. Da queste basi parte anche il suo ultimo spettacolo, Föch ("Fuoco"), per addentrarsi in quel denso repertorio di tradizioni popolari che nella seconda metà del secolo scorso era stato al centro di vaste e approfondite esplorazioni, in primo luogo da parte di studiosi come Roberto Leydi, e che oggi sembra stranamente dimenticato.
Il canovaccio attinge a un variegato materiale che comprende canti d'amore e di lavoro, filastrocche, nenie, litanie, giaculatorie, tutte caratterizzate dal ricorso a un dialetto strettissimo, a tratti quasi impenetrabile: il fine dell'operazione, però, non è affatto quello di approdare a un mero concerto folk. Al contrario, Salvi compone una sorta di aspra ma rigorosissima partitura sonora che, tra ironia e tenerezza, tende a tracciare il colorito ritratto di un'ideale famiglia contadina d'altri tempi, in cui le vicende e i sentimenti di due uomini e due donne - una madre, i figli, la figlia - ruotano attorno agli interventi di un carismatico nonno-padrone.
L'impianto stilistico dello spettacolo è assolutamente spoglio, improntato a una scarna intensità rituale: non ci sono scenografie, se non il semplice sgabello sul quale è sistemato il nonno, mentre i costumi - ridotti a pochi elementi essenziali - hanno un valore puramente indicativo. Schierati in fila nella ribalta vuota come le figure di un dipinto, i cinque personaggi si limitano a richiamare le situazioni via via evocate attraverso una trama gestuale fortemente stilizzata, dall'andamento volutamente elementare, e soprattutto attraverso quell'accuratissima costruzione vocale che passa di continuo dalla recitazione al canto vero e proprio.
I diversi temi affrontati durante un'ipotetica veglia invernale - la fame, la fatica, i sogni di matrimonio, le liti dei fratelli che aspirano alla stessa ragazza - convergono in un affresco insieme delicato e potente, dove una sacralità antica si mescola a un'acre corposità quotidiana. Ma lo spaccato antropologico non è mai fine a se stesso, si scioglie di continuo in una sottile sintesi poetica in cui le gag comiche e gli scorci di vita vissuta culminano - come in mPalermu di Emma Dante, cui Föch per certi aspetti fa pensare - nel momento imprevedibilmente "alto" della morte del nonno, un gelido richiamo al ciclo delle generazioni che scorre inesorabile.
di renato palazzi
(17:04 - 11 gen 2010)
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