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04:20 - sabato 20 marzo 2010


L'italiana in Algeri

Venerdì 22 gennaio, l'una di notte. Cerco di riflettere in immediatezza, prima che il sonno tolga l'eccitazione che Rossini sempre comunica e la meraviglia, ma anche la delusione per quel che hai appena visto, nella consapevolezza che il miracolo non si è ripetuto: perché ogni volta che vedo L'italiana in Algeri ritorno con la memoria alla stagione scaligera del 1974, quando la vidi diretta da Claudio Abbado, per la regia di Jean-Pierre Ponnelle (Berganza, Guglielmi, Dara ecc. i cantanti).

Certo il confronto è impari, né la mia vuole essere un'arbasiniana laudatio temporis acti, ma solo constatare quanto sia difficile mettere in scena il Rossini buffo, e in particolare quest'opera, che Stendhal definì "folie organisée e complète", e quanto basti un solo elemento stonato perché l'equilibrio non regga. Ecco, ho, in pratica, proletticamente e surrettiziamente suggerito il giudizio.

L'edizione de L'italiana che il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino presenta come seconda produzione (dopo il bellissimo risultato della Volpe astuta di Janacek del mese scorso. Leggi la recensione) della stagione invernale, aveva, sulla carta, vari motivi di interesse. Intanto il contralto, Daniela Barcellona, nel ruolo di Isabella, dopo che a Pesaro e altrove siamo abituati a vederla in personificazioni maschili. Poi I comediants, gruppo catalano che insieme alla Fura dels Baus costituiscono le novità salienti di questi ultimi anni in campo registico. Anche dello spagnolo Enrique Mazzola si diceva gran bene, allievo di Daniele Gatti e di Azio Corghi.

Invece il direttore è proprio l'elemento debole di questa edizione, a partire dall'ouverture, con quei tempi slentati, fiacchi, che hanno subito insospettito gli spettatori. Il sospetto poi si è confermato con un Mustafà poco energico e la cavatina di Lindoro (Languir per una bella / e star lontan da quella), che il tenore John Osborne ha cantato, tristemente cantato. Per nostra fortuna però, il livello nel prosieguo è migliorato, soprattutto con il Taddeo di Bruno de Simone, che ricordava per padronanza di voce e di scena il Dara del tempo migliore; e soprattutto con Daniela Barcellona, rivelatasi, nonostante la mole, aggraziata e agile scenicamente, oltre che in possesso di una voce bellissima e duttilissima (insieme al tenore Juan Diego Florez, oggi, tra le voci rossiniane più belle sentite a Pesaro e ovunque).

Inopinatamente, poi, il concertato finale del primo atto, quella stupefacente geniale esplosione predadaista in cui il giovane Rossini (all'epoca ha poco più di vent'anni) riusciva a fondere parole e musica in una perfetta irresistibile funzione dinamica, è riuscito benissimo, grazie a tutti gli interpreti ben accordati e persino al maestro risvegliatosi dalla sua ipnotica direzione. Nel secondo atto, tutto è andato meglio. Infine, il successo non è mancato. Merito della regia di Juan Font con i suoi Comediants e dei costumi di Juan Guillèn, che hanno realizzato uno spettacolo, tutto opposto al tecnicismo furioso della Fura: uno spettacolo di arte povera, in apparenza, fatta di oggetti domestici, legni, colori, teli, luci e tante trovate, come il Bey sempre accompagnato da un mimo-animale, cane o ghepardo che sia. La Turcherie rossiniana, così lontana dal Ratto mozartiano - e dal suo "illuminato" pascià, mentre il bey nostrano è un povero grullo - è vista dal regista catalano, a metà strada tra la fiaba e il grotesque con venature satiriche, e di conseguenza, tutta la messa in scena era improntata a tenersi abilmente dentro citazioni, sottolineature parodiche, con grande divertimento del pubblico per i numerosi espedienti.

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di piero gelli

(16:28 - 27 gen 2010)



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