Geniale Spregelburd! Abbiamo visto in anteprima (il debutto è previsto in autunno) uno dei testi che compone la Eptalogia di Hieronimus Bosch - opera complessa, scritta dal vivacissimo autore argentino classe 1970.
Il capitolo si intitola La modestia, ed è stato presentato dalla compagnia Psicopompo teatro e dalla regista Manuela Cherubini (che di Spregelburd è anche traduttrice per la prossima edizione Ubulibri, e anche scopritrice per l'Italia). L'occasione è una breve rassegna organizzata da Fondazione Venezia in un piccolo teatro universitario della città lagunare: e l'apertura non poteva essere migliore.
Rafael Spregelburd è attore-autore-regista, ormai di casa in Europa. Si sta imponendo, sempre più, con un nuova ondata di artisti connazionali come Mayorga, Veronese, Dualte e altri, come una delle vette della nuova drammaturgia internazionale, affiancando e forse superando i maestri della grande scuola anglosassone.
Abbiamo visto, dunque, La modestia: lavoro ferocemente complesso, articolato su piani diversi, spiazzante e divertente, commovente e inquietante. Quattro attori, un interno borghese anonimo, e tre storie ad intrecciarsi, senza soluzioni di continuità. La prima potrebbe svolgersi in una Buenos Aires di oggi: scambi di identità, confusioni, navi affondate e assicurazioni, cassette misteriose e coreani immigrati, coppie scoppiate e spinelli. A questa si sussegue e si alterna un'altra vicenda, ambientata forse in un altro tempo, forse in un Paese dell'Est: uno scrittore in crisi e profondamente malato, un medico ambizioso, le rispettive mogli, un romanzo da cominciare più che da finire, tensioni politiche, immigrazioni e permessi di soggiorno. Poi c'è la storia del romanzo in stesura: un uomo da un braccio solo, una donna bellissima e misteriosa, una scommessa...
Gli attori scivolano dolcemente dall'uno all'altro racconto: e lo spettatore è travolto da queste storie, da queste situazioni, da questi dialoghi avvincenti, ma totalmente senza senso. Ecco la scommessa vinta intelligentemente da Spregelburd: inserire un fattore imprevedibile nella narrazione, riuscire a smontare i meccanismi della comunicazione teatrale rispettandone scrupolosamente le forme, le dinamiche, le istituzioni. Siamo oltre il decostruzionismo, siamo nella vertigine postmoderna di chi passa dalla fisica newtoniana a quella quantistica. Ci sono storie, attori in scena che interpretano con adesione quelle battute, eppure quelle vicende sono variabili impazzite, sconnesse, impeccabili e avvincenti dal punto di vista narrativo, credibilissime eppure totalmente sospese in una dimensione di incomprensibilità profonda, di indeterminazione appunto.
Se lo spettatore cerca, invano, di tessere reti, di creare rimandi, giustificazioni, trovare legami tra una storia e l'altra non può far altro che arrendersi alla totale "gratuità" (mi si conceda il termine per un'opera dove tutto è sapientemente calibrato). In fin dei conti, quel che accade in scena è la vita, còlta nelle sue arbitrarie variabili: e se è l'occhio dell'osservatore a modificare l'oggetto osservato, qui, allora, alle meccaniche probabilistiche, di rischio e catastrofica improbabilità che sottende alla struttura narrativa fa da eco un lavoro che gioca sottilmente con gli stilemi scenici, spiazzando ulteriormente lo spettatore. Così, la disinvoltura degli interpreti nel passare dall'una situazione all'altra, senza mutar d'abito o di situazione, è fragorosamente divertente: se l'effetto potrebbe far pensare, più o meno, a quello del fortunato Vanja sulla 42esima strada, in La modestia non si capisce quale sarebbe la realtà e quale la finzione.
Così, fluido come il fiume, il racconto si dipana tra guizzi di travolgente comicità, situazioni dolenti e amare, struggenti quadri o tragiche agnizioni. Il fatto è che intanto cresce la frustrazione, il disagio profondo dello spettatore: che si diverte, certo, ma viene continuamente "molestato" da questi smottamenti, slittamenti, inversioni, contorsioni, fuochi d'artificio verbali, finte e controfinte logiche e semantiche. Ma non c'è virtuosismo (alla Bergonzoni, per intenderci): no, tutto è semplice, lineare, quasi banalmente cinematografico - o checoviano. Allora cresce il disagio: anche perché in queste situazioni si insinuano, sottotraccia, temi fastidiosi, brutalmente reali e violenti, angoscianti e asfissianti. Si parla di coprifuoco, di potere, di ricatti, si evoca lo spettro dell'espulsione, poi si avverte la solitudine estrema di ognuno dei personaggi, il lutto feroce per la morte sempre incombente e infine conclamata, la povertà, l'amore non corrisposto, il tradimento...
La vita, insomma. Con le amarezze, il dolore e le assurdità che diventano possibili, presenti, quotidiane. Manuela Cherubini, che già aveva mostrato ottime doti nell'asciutto allestimento di Hamelin di Mayorga (e di cui abbiamo seguito, su queste pagine, quasi tutti i lavori), conferma la costante crescita qualitativa del suo percorso. Lascia parlare il testo, lo asseconda con poche calibrate invenzioni, guida sapientemente gli attori nel terreno minato che è la scrittura di Spregelburd.Nelle belle luci di Gianni Staropoli, La modestia è ancora in una fase embrionale, ma è già imbastito alla perfezione: acquisterà in sfumature e ricchezza, ma sono bravi Hervé Guerrisi - con il suo bell'accento sudamericano -, lo stralunato Alessandro Quattro, la travolgente Gaia Saitta, l'appassionata Simona Senzacqua: flessibili, inventivi, agili, comici e tragici. Manca solo un piccolo passo per far brillare ancora di più il perfetto meccanismo di questo lavoro. E lo spettatore, sbattuto qua e là, senza risposte alle innumerevoli domande, se ne va camminando in una nuvola, ma carica di pioggia e lampi e tuoni: vorrebbe capire di cosa ha riso, ma che fatica rendersi conto di aver riso della propria infelicità...
di andrea porcheddu
(12:27 - 26 gen 2010)
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