Se dovessi scegliere, nel raffinato e rarefatto impianto iconografico che è sostanza e sfondo della Tempesta di Anagoor, un qualcosa a simbolo effettivo del tutto, sceglierei la felpa. La felpa, quell'indumento di spesso cotone, con cappuccio, zip e tascone è il capo che maggiormente si vede addosso agli adolescenti. Felpe sdrucite, magari con qualche scritta: che non rimandano più né ai college americani né tantomeno all'attività sportiva. Delle felpe, soprattutto, è funzionale il cappuccio, che nasconde e protegge: l'adolescente è lì dentro, nella sua magrezza, stretto nelle sue fragili spalle.
Anagoor, il gruppo di Castelfranco Veneto che con Tempesta ha meritato la Segnalazione speciale allo Scenario 2009 veste il protagonista di felpa e jeans. Poi i pantaloni cambiano, e sulla felpa viene indossata una corazza: ma lei rimane, il cappuccio rimane. A connotare, laddove ce ne fosse bisogno, tutta la fragilità generazionale di questi efebici tardo-adolescenti che vediamo, ogni giorno, in strada o nelle aule. Una fragilità che è anche marginalità, a volte autismo o anoressia, certo difficoltà a vivere: codici comunicativi diversi, alfabeti ridotti al minimo, identità fragili e fortissime.
Anagoor prende questa figura (così come, recentemente, ha fatto Motus per i racconti crudeli) e la mette al centro di un viaggio immaginifico nell'universo pittorico e simbolico di Giorgione - che di Castelfranco era, e che ha evidentemente segnato il percorso formativo della compagnia - a 500 anni dalla morte del misterioso pittore.
Di Tempesta avevamo visto, e amato, la versione "breve", quei venti minuti compatti e astrattissimi, evocativi e suggestivi che avevano convinto anche la severa giuria di Scenario. Ora ci troviamo di fronte allo spettacolo "compiuto" (che poi sono poco più di 40 minuti) presentato in un affollatissimo Teatro Fondamenta Nuove, a Venezia, ma anche in tournée nazionale.
Il lavoro dunque prende un respiro diverso, si dilata nel tempo, pur mantenendo immutata la struttura: vi è, a sinistra della scena, un enorme cubo trasparente, che - riempito di fumo - diventa spettrale luogo di proiezioni e visioni, scatola delle meraviglie e delle ombre. Poi a destra, sospesi a mezz'aria, due schermi rettangolari, ove scorrono immagini che danno contestualizzazioni geografiche e meteorologiche, oppure colgono dettagli, particolari, accompagnando o anticipando in una lieve sfasatura visiva, quanto accade. E cosa accade? Apparentemente nulla. Sono due figure: dell'uno, l'adolescente uomo, abbiamo fatto cenno. Assumerà vesti cinquecentesche (con braghe a strisce aderenti), gestirà una lancia e una sorta di bandiera.
Poi c'è lei, similmente efebica, chiusa nella grande stanza-prigione, appare dal nulla, si denuda, si sdraia come una Olympia. I due entrano in contatto, si sfiorano, si mutano in novelli Eva e Adamo di un improbabile giardino dell'Eden. Senza profferir parola, nel silenzio raggelato da musiche (non sempre efficaci), da rumori sordi, da cupe eco di suoni naturali e dal ronzio possente di un ventilatore industrial. Si susseguono quadri di un bignamino d'arte: Giorgione, ma ci par di notare un omaggio a Caravaggio, a Paolo Uccello ed altri. Ma sono solo suggestioni che scompaiono subito, l'una dopo l'altra, in un montaggio che procede per accostamenti azzardati e dilatate scarnificazioni.
Tutto è rarefatto, sospeso, ma a tratti pericolosamente annacquato. Eppure quella strana alchimia trattiene, avviluppa e incanta lo sguardo, anche quando le proiezioni di una foresta potrebbero far pensare a un banale cromakey degli Angela di turno, con canti e nenie sin troppo lancinanti. O quando, nel finale, l'insistita proiezione della donna in arme in un campo ormai spogliato di pannocchie al tramonto potrebbe virare ad uno stucchevole buonismo.
Se, insomma, questa Tempesta mostrava straordinaria efficacia nel "format" breve, pare quasi che una volta assunta la forma e la durata definitive perda di mordente, pur acquistando in evocazioni e lirismo. Resta comunque di rilievo - ed è la cifra di Anagoor, che della nuova generazione della scena italiana sono uno dei punti di forza - la raffinata fattura, la visionaria e tecnologica struttura, la capacità di aggirare e snidare l'attraente figura di Giorgione non solo attraverso l'opera pittorica, ma anche - e forse soprattutto - in quel territorio misterioso e oscuro, di significanti slegati da prevedibili significati, che si intuisce in ogni quadro.
Visto al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia
Le prossime date dello spettacolo
di andrea porcheddu
(15:17 - 21 gen 2010)
Voto utenti:
30/06/2011
Fine famiglia
28/06/2011
La modestia di Spregelburd
27/06/2011
Brilliant Corners
25/06/2011
Attila alla scala
24/06/2011
Povera gente