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05:18 - giovedì 24 maggio 2012


Dettagli e 20 novembre

Dopo Lagarce, Norén: il Piccolo Teatro prosegue il suo percorso fra le pieghe della drammaturgia contemporanea proponendo due pièce di questo autore svedese già noto in Italia, ma ancora in parte da scoprire. Sono due testi insieme affini e in qualche modo opposti: affini, perché entrambi affondano robuste radici nella realtà, una realtà permeata di tormenti esistenziali e convulsioni naturalistiche. Opposti, perché l'uno intreccia le storie di diversi personaggi, due coppie che si incrociano, si scompongono e si ricompongono, mentre l'altro è il monologo di un ragazzo al centro di un grave episodio di cronaca nera. L'uno attinge al "privato" di un raffinato milieu intellettuale, l'altro a un'acre marginalità sociale, anche se i confini fra le due sfere sembrano piuttosto labili.

Il primo si intitola Dettagli, e ricostruisce appunto i minuti dettagli di quattro vite comunque destinate all'infelicità. I protagonisti, un giovane autore teatrale, un'aspirante scrittrice, un più maturo editore e sua moglie, che fa il medico, vengono seguiti lungo l'arco di un decennio, dal maggio 1989 al dicembre '99, nei loro continui spostamenti fra ospedali di Stoccolma, alberghi di New York, ville in Toscana. Fra un viaggio e l'altro si incontrano, si attraggono, si cercano, si risposano fra loro, ma il risultato sostanzialmente non cambia: dietro i miraggi del benessere, dietro le apparenze del successo la loro vita resta un concentrato di insoddisfazione, di solitudine, di vuoto.

Amplificando l'attenzione ai risvolti di una tracimante quotidianità, Norén compone una sorta di impassibile catalogo di frustrazioni, psicosi, ipocondrie, atti autolesionistici spinti quasi alle soglie di una vaga esasperazione patologica, ma sempre trattenuti un attimo prima di varcarle, giacché i personaggi sono troppo colti e salottieri per incorrere in veri disturbi mentali. Tra donne ossessionate dall'ovulazione e uomini perennemente alla ricerca di qualcosa che non c'è, la sua scritturasembra assemblare vari modelli più o meno illustri, O'Neill, Bergman, soprattutto l'Albee di Chi ha paura di Virginia Woolf?, riecheggiati con indubbio talento, ma qua e là con qualche manierismo.

Molto opportunamente il regista Carmelo Rifici - lo stesso che aveva allestito I pretendenti di Lagarce (recensione) - prova a prosciugare questa accesa partitura di tormenti interiori, riscattandone gli eccessi in una sottile e stupita risonanza ironica, conferendole una leggerezza quasi astratta. Lo scenografo Guido Buganza sfrutta bene lo spazio centrale del Teatro Studio, dislocando l'azione in una serie di "luoghi deputati" puramente indicativi, tavolini da bar, sale d'aspetto, pedane, tapis roulant che ne smembrano i concitati sviluppi isolandoli come su un vetrino da laboratorio.

Sullo sfondo, un tabellone da aeroporto che riporta, anziché le destinazioni di eventuali voli, i diversi ambienti in cui si svolge la vicenda, e uno schermo su cui scorrono immagini che assecondano la costruzione "cinematografica" del racconto conferiscono ulteriori stratificazioni stilistiche a questo eccellente spettacolo, che conferma in pieno le qualità di un giovane regista ormai pronto per grandi traguardi. Gli interpreti sono tutti di ottimo livello, ma il bravissimo Francesco Colella e la scatenata Melania Giglio paiono avere in questo caso una marcia in più rispetto ai pur efficaci Elena Ghiaurov e Giovanni Crippa.

Non c'è invece proprio posto per la leggerezza in 20 novembre, che è la cupa ricostruzione di un fatto di sangue accaduto qualche anno fa, il folle gesto di un diciottenne che fece strage di insegnanti e compagni di scuola, affidando le proprie spiegazioni a un video programmato la sera prima su YouTube. Norén ne ripercorre il febbrile delirio cercandone le motivazioni nei modelli culturali sbagliati, nell'influenza dei videogame, nell'impossibilità di farsi ascoltare da una società indifferente. E qui, a mio avviso, si rivela il limite dell'autore, che è l'adesione troppo piatta alla nuda sostanza degli avvenimenti, senza veri guizzi metaforici.

Il testo affronta l'argomento con forza, ma in modo un po' ovvio: gira attorno a questi pochi elementi, non cresce, non suggerisce nuove prospettive. Fausto Russo Alesi, nella doppia veste di attore e regista, si impegna con generosità a dare concretezza alla materia, facendola rivivere in mezzo al pubblico, a contatto fisico con esso. Lui è bravo e lucido, ma i suoi movimenti, i suoi tragitti mentali sono in un certo senso obbligati: non a caso gli effetti più efficaci li ottiene con gli impressionanti manichini seduti in platea a incarnare gli interlocutori assenti del ragazzo, e con l'agghiacciante video che alla fine ce lo mostra com'era davvero.

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di renato palazzi

(18:52 - 17 feb 2010)



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