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16:35 - luned́ 21 maggio 2012


La malattia della famiglia M

Un anziano padre invadente, malato forse consapevolmente immaginario, una madre morta non si sa bene di che cosa. Una figlia che si dedica con zelo ad accudire il vecchio, e lo fa con silenziosa discrezione, ma questa sua silenziosa discrezione non perde occasione di metterla in mostra, un'altra figlia più orientata a badare a se stessa, un figlio che sembra non accorgersi di nulla, e invece probabilmente è il più presente di tutti. E poi due amici che si innamorano stupidamente della stessa ragazza, innescando dei maldestri equivoci. E un medico condotto attratto dall'altra sorella, al quale tocca il compito del testimone-narratore.

Parte da questi elementi Fausto Paravidino per costruire La malattia della famiglia M, un testo nato nel 2000 ma portato in scena solo ora nell'allestimento del Teatro Stabile di Bolzano. Uso il termine elementi perché appunto di mere funzioni narrative, più che di personaggi a tutto tondo, mi sembra trattarsi. Per carità, non si può dire che Maria, Marta, Gianni e gli altri non siano dotati di una loro personalità compiuta: ma l'autore sembra utilizzarli proprio in questo senso, senza una vera partecipazione affettiva, come gli ingranaggi di un meccanismo più complesso, come le note musicali da combinare su un ipotetico pentagramma.

E l'intento di Paravidino, più che di raccontare una vicenda, per altro ridotta all'osso, parrebbe proprio quello di giocare sulle elementari relazioni di queste figurette per comporre una pura partitura di stati d'animo: Gianni, fingendo di non darlo a vedere, morirà per un incidente d'auto, il padre finirà all'ospizio, le figlie se ne andranno, ma tutto questo conta poco, ciò che conta è la sottile trama degli umori, è il lento sgranarsi delle parole e dei piccoli gesti quotidiani, che tracciano l'affresco - come sempre rigorosamente minimalista - della vita in una cittadina di provincia, l'affresco della nostra vita odierna, di ciò che siamo.

Il testo mostra la solita impeccabile perfezione della scrittura propria del trentatreenne attore-regista-drammaturgo: una scrittura quasi virtuosistica, tesa a cogliere il nulla, l'abbacinante vacuità dell'esistenza, fino alle soglie del compiacimento: non c'è aspetto dello spettacolo che non denoti questo atteggiamento compiaciuto, i ritmi lentissimi dell'azione, come per sfidare la pazienza dello spettatore, la finta casualità della recitazione, spesso prossima a un raffinato manierismo, la stessa identificazione - nei contenuti, nello stile - con Cechov, un'identificazione ribadita in ogni minimo dettaglio. In effetti Paravidino è bravo, ha un gran talento, ma quanto ce lo fa pesare.

Visto al Teatro Litta di Milano

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di renato palazzi

(16:34 - 09 feb 2010)



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