Si può restare affascinati solo dai grandi affreschi tormentati e misteriosi di Nekrosius, si possono amare i palcoscenici vuoti che si vanno progressivamente riempiendo di ogni sorta di avanzi di cibo e spazzatura varia negli spettacoli di Rodrigo García: poi si va a vedere questi vecchi vaudeville, prevedibili e ripetitivi quanto si vuole, e dopo pochi minuti ci si ritrova catturati dai loro intrecci irresistibili, non si riesce più a sottrarsi a quel concatenarsi di circostanze così ferreo e preciso da far sì che anche le conseguenze più assurdamente inverosimili finiscano col risultare, a loro modo, logiche, naturali, del tutto ineluttabili.
Si ride puntualmente, di fronte a simili impeccabili congegni drammaturgici sempre pronti a funzionare in qualunque circostanza. Ma questo, in fondo, è un effetto secondario: ciò che conta davvero è lo stupore per il meccanismo in sé, per la sapiente costruzione di quel gioco degli equivoci che via via si inseriscono l'uno nell'altro fino a formare un groviglio inestricabile. In questo senso fra la commedia e la tragedia non ci sono invalicabili distanze. Si sa che in entrambe basterebbe una parola, basterebbe un piccolo chiarimento per frenare il precipitare degli eventi, ma questa parola non viene detta, e la situazione sfugge al controllo.
Da questo punto di vista La presidentessa è davvero esemplare: c'è un vecchio giudice di provincia, severo e bacchettone, nel cui letto i colleghi introducono per scherzo una scollacciata cocotte. Il poveretto non fa in tempo a capacitarsi di quanto sta accadendo, ed ecco che alla sua porta si presenta per caso il ministro della giustizia, che scambia la ragazza per la moglie del magistrato, partita intanto per la capitale. Il ministro, com'è ovvio, perde la testa per la disinibita finta moglie, la invita nel suo ufficio parigino, dove immancabilmente arriva anche la moglie vera, che è bruttissima e un po' ottusa, innescando vertiginosi qui pro quo.
Per tenersi l'amante a portata di mano, il ministro assegna al giudice sedi sempre più vicine, fino a promuoverlo ai vertici della magistratura, creando ulteriori, imbarazzanti complicazioni. E c'è un albergo, e un maldestro poliziotto-interprete... Non sorprende che un regista di solito serioso come Massimo Castri abbia scelto questo materiale per un progetto di formazione rivolto a giovani attori: è un testo che scatena il gusto del teatro allo stato puro, prestandosi a una raffinata stilizzazione. L'intento didattico passa subito in secondo piano, e ad imporsi sono solo quelle "maschere" stralunate, quelle esilaranti marionette in carne e ossa ancora capaci di suscitare un divertimento quasi liberatorio.
Visto al Teatro dell'Elfo di Milano
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di renato palazzi
(11:42 - 12 feb 2010)
Voto utenti:
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