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08:20 - domenica 01 agosto 2010


Le signorine di Wilko

Siamo in Polonia, subito dopo la seconda guerra mondiale. Qui un uomo che ha vissuto fino in fondo quei terribili fatti si interroga sul senso di quell'esperienza e sul senso della vita stessa. Così nell'adattamento di Alvis Hermanis inizia la storia fra passato e presente di Le signorine di Wilko. Uno spettacolo affascinante, che si sviluppa come un suggestivo viaggio che anche gli spettatori compiono attraverso le parole di Wiktor nei ricordi, nella malinconia di una giovinezza che non c'è più, nella sensualità sfiorita di amori non vissuti.

Grazie, soprattutto, alla regia del quarantaquattrenne regista lettone, che, riducendo in forma teatrale il proustiano romanzo (Wajda ne fece un bellissimo film) del polacco Jaroslaw Iwaszkiewicz, scrittore di culto nei paesi dell'Est ma praticamente sconosciuto in Italia, lo mette in scena - concedendosi qualche libertà per esempio quella di datazione (nel romanzo gli eventi si svolgono dopo la prima guerra mondiale, qui dopo la seconda) - con l'obiettivo di coniugare la spinta poetica del testo alla quasi indifferente realtà della vita che passa.

Il luogo d'elezione, il cuore di questa vicenda fatta di tutto e di niente è la casa di campagna dove vivono sei sorelle e dove si reca Wiktor per cercare di stare meglio, di riannodare il senso della sua vita. Ed è lì che veniamo subito catapultati dentro la storia di queste sei donne e di quest'uomo, tornato inaspettatamente dopo quindici anni, che è stato loro compagno di vacanze e di amori. Un luogo del ricordo e del presente dove il tempo sembra essersi fermato, cristallizzato nella bellezza dei costumi di Gianluca Sbicca e delle acconciature delle donne.

Qui, seguendo la musica di dolci canzoni d'epoca, di tanghi malandrini e il gioco dell'amore e del caso impregnato dello spirito cecoviano dell'autore, fra nostalgia e iperrealismo di vuote parole e di inutili riti, Hermanis, al suo primo spettacolo italiano, immerge i suoi personaggi nella luce chiaroscurale di una natura onnipresente, in una quotidianità scandita dai pranzi e dai balli, dai baci e dai ricordi. Queste donne e quest'uomo sono allo stesso tempo narratori e costruttori del proprio destino allo stesso modo in cui lo sono della scena dove armadi e credenze possono trasformarsi a vista in teche di cristallo, acquari fantastici che li isolano o li imprigionano... Brividi di desideri nascosti, giochi da bambini, riposti rancori, attrazioni fatali, con colpo di scena finale, rivelano i sentimenti di queste sei sorelle, di questa città delle donne in miniatura che girano, come in un film di Fellini, attorno al cuore di un uomo solo, sostanzialmente egoista, sostanzialmente "senza qualità" che Sergio Romano interpreta con notevole, sensibile intensità. Ma le sei donne (le brave attrici sono Laura Marinoni, Patrizia Punzo, Elena Arvigo, Irene Petris nel ruolo di un fantasma, Fabrizia Sacchi, Alice Torriani), pur nella diversità dei caratteri, non vengono mai meno a una forte vicinanza, al bisogno di farsi coraggio di fronte all'impossibilità della felicità.

Con una recitazione sommessa, leggera e carica di pathos allo stesso tempo Le signorine di Wilko tessono lentamente la tela di un passato che non può più tornare, affascinanti e lontane e in fin dei conti prigioniere di se stesse, grazie a Hermanis che sa raccontare come pochi i tentennamenti e le inquietudini del cuore.

Visto al Teatro Storchi di Modena

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di maria grazia gregori

(11:54 - 12 feb 2010)



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