Riapre definitivamente con la sua nuova programmazione il Piccolo Teatro Grassi ed è una bella emozione tornare dopo un'assenza lunga un anno e poco più in quel luogo, in quella platea in cui molti anni fa tutto è cominciato a partire da una pagina straordinaria del teatro italiano. In realtà c'era già stata un'apertura istituzionale a dicembre nel giorno dell'anniversario di Piazza Fontana con le autorità cittadine in sala.
Questa volta invece è il teatro a riprendersi il suo spazio, la propria identità. Ecco allora alzarsi il sipario nella casa madre del Piccolo con uno Shakespeare messo in scena da un regista come Lev Dodin che qui è di casa. Un modo elegante per ribadire quella vocazione internazionale che ha fatto grande lo stabile milanese che si ritrova anche in questo Shakespeare visto con gli occhi, lo spirito, la passione della giovinezza.
Fatta esclusione per due attori "maturi", infatti, in questo Pene d'amor perdute è la gioventù la chiave principale di lettura e insieme a questa la generosità, l'amore di un maestro verso i suoi allievi. Un maestro come Dodin che gli cuce addosso uno dei testi allo stesso tempo più misteriosi e meno frequentati di Shakespeare nel nome di una giovinezza che cerca la propria strada con un'esplosione di vitalità che lascia il segno.
Una bellissima prova, verrebbe da dire una bellissima presentazione per questi giovani che si sono formati alla scuola severa del Maly Teatr, piccolo teatro in russo: un percorso che ci mostra la personalissima via al palcoscenico del teatro di San Pietroburgo. Che questa sia l' intenzione di Dodin lo vediamo fin dall'inizio quando il giovane re di Navarra e i suoi amici del cuore stanno in scena a fare acrobazie e a discutere fra loro sui massimi sistemi a torso nudo e ridotti calzoncini (ma poi indosseranno leggeri abiti chiari). La loro decisione sembra irrevocabile: vogliono dedicarsi solo agli studi, alle discussioni, per tre anni, sfuggendo tutto e tutti, massimamente le donne.
Un bel castello virile ma ahimè di carta, destinato a cadere non appena appaiono una bella principessa e le sue vezzose dame con i loro leggeri abiti chiari, gli occhiali scuri, i grandi cappelli di paglia. Lo sapevano anche gli antichi che l'amore vince tutto e su tutto. Così ci si ama, ci si bisticcia e soprattutto si gioca in quella foresta dove gli alberi sono grandi cilindri bucati su cui si arrampicano gli attori (e le attrici) nei momenti chiave dei loro incontri e scontri. Certo le pene del titolo non mancano né manca il gioco dell'amore e del caso nei travestimenti, nelle seduzioni intrecciate, negli amori che si scoprono diversi, nelle delusioni inequivocabili. Ci si dice arrivederci ma si sa che sarà un addio.
Ed è su questi sentimenti, su questo intrico di passioni che non disdegnano gli inganni che Dodin costruisce una regia di una semplicità esemplare ma funzionale al percorso di ogni attore dentro il suo personaggio. A questa storia di giovani e di amori pazzi, di pene che non ci dovrebbero essere, l'artista russo regala una regia nel segno della giovinezza, fresca anche per la sua reale semplicità, dove ogni attore ha il suo percorso. Così, fra arrivi e partenze che coinvolgono anche la sala, Pene d'amor perdute secondo Lev Dodin è la dimostrazione del senso del teatro: gli attori ci parlano di sé, si "presentano" ma sempre ricercando il ritmo, il significato, l'energia della parola di Shakespeare. Nel segno della giovinezza ovviamente.
___
Hai assistito a questo spettacolo? Scrivi la tua recensione (max 10 righe). Registrati ed entra a far parte della community di Delteatro.it!
___
di maria grazia gregori
(13:22 - 03 feb 2010)
Voto utenti:
30/06/2011
Fine famiglia
28/06/2011
La modestia di Spregelburd
27/06/2011
Brilliant Corners
25/06/2011
Attila alla scala
24/06/2011
Povera gente