Renato Simoni, per chi fa critica teatrale, è una specie di monumento. Basti pensare che tenne la rubrica di critica al Corriere della Sera dal 1914 (succedendo a Pozza) fino al 1952, anno della morte, scegliendo come successore Eligio Possenti. Firma "mitica", dunque, maestro di stile, artefice di aggettivazioni eleganti e di puntuali analisi, testimone bonario di un tempo assai lungo e di un'arte assai varia. Ma Simoni, oltre che "cronista teatrale" - così si definiva - è stato anche autore: e di livello. Tanto per dirne una, ha co-firmato il libretto di una "sciocchezzuola" che si intitola Turandot, messa in musica da un tal Puccini. E ha fatto regie e scritto anche testi, alcuni di grande spessore. Tra questi, si notano quattro commedie, nella sua lingua d'origine, il "dialetto" veneto (Simoni era di Verona). Ecco allora, tornare sulle scene - con una pregevole operazione di recupero - un testo come Tramonto, scritto da Simoni nel 1906 e ripreso negli anni Ottanta anche da Alberto Lionello ed Erica Blanc.
Che opera è Tramonto? Vi si avvertono strane tensioni: da un lato un afflato ibseniano, con una figura femminile molto forte, esplosiva, complessa, stretta dal marito in una gabbia di inutilità. Dall'altro si respira un vento (pre)pirandelliano, con un gioco di "mascheramenti" e "svelamenti" sociali, incastonati nell'eterno tema del tradimento e delle apparenze. Ma vi si può assaporare anche un gusto più cupo e mortifero, strindberghiano quasi, di una "danza di morte" in cui tutti hanno un conto in sospeso con l'al di là: hanno il sacro terrore di sparire in un nulla di cui Dio è soltanto una vaga rappresentazione poco credibile.
Poi, ecco che si impone un crepuscolarsimo checoviano di civiltà allo sbando, di crollo generalizzato di valori e aspettative, di fallimenti privati e collettivi. Su tutto, ritrovando oggi il testo vivo in scena, domina l'aspro cinismo (questo sì, decisamente contemporaneo) di una comunità blindata nel profitto, nell'arrivismo, nel luogo comune, nella forma. E si ride amaro, molto amaro in questa commedia dai tratti disperati. Insomma, Tramonto è un testo delicato, complesso, ben scritto, vivo di una lingua che è decisamente teatrale. Quindi ha ben fatto il Teatro Stabile del Veneto, con altri coproduttori, a riprendere l'opera di Simoni, proseguendo un percorso di riscoperta della drammaturgia veneta iniziato nelle passate stagioni e passato attraverso Rossato, Palmieri e Gallina con esiti felici.
La storia è quella di una famiglia di provincia. Lui, conte e sindaco, uomo tutto d'un pezzo e di successo, leader per determinazione e volontà. La madre, tiranna, gelida, acida. La moglie, relegata nel silenzio dell'incomprensione. E poi il paese, la gente intorno, con grandi povertà e piccole ambizioni: il prete, il segretario comunale, la nobile decaduta e i contadini arricchiti. Poi c'è un pover'uomo, tradito dalla moglie, che supplica per un posto di maestro: ma ha perso la dignità agli occhi di tutti, proprio per quella donna che lo tradiva, e non avrà l'incarico. L'uomo, allora, instilla nel virile conte il dubbio del tradimento: più che un dubbio, una certezza. Anche lui è stato tradito.
Qui inizia il crollo, lo smontaggio sistematico degli apparati di autogiustificazione, la fine. Del sindaco prepotente, del carrierista, non rimarrà nulla, se non l'amara consapevolezza di sé. E lei? Lei è un bel personaggio: finalmente si libera dei sensi di colpa, esplode, accetta, prende a pugni il marito. Acquista dignità nel disfacimento del marito, ma anche lei è una sconfitta, destinata a rimanere sola.
Insomma, non si salva nessuno nella ricca provincia veneta. E Tramonto è un bello spaccato delle miserie umane, senza reticenze ma nemmeno con inutili asprezze o eccessive violenze o esasperazioni. E sono bravi gli interpreti, capaci di rendere alto un teatro in dialetto che non è certo teatro dialettale. A partire da Giancarlo Previati e Nicoletta Maragno, nei panni della coppia protagonista: lui è impeccabile nell'incarnare la lente dissipazione di sé, quel piegarsi su se stesso fino ad arrivare ad una disarmata nudità; e lei, fragile e inquieta, è tragica e romantica, concreta e aspra. Si diranno "ti odio", nella più assoluta lucidità e amarezza. Accanto a loro il gruppo, affiatato, compatto, di livello, su cui spicca Dorotea Aslanidis, nei panni schietti e feroci della madre. Ma vale citare anche Massimo Somaglino, Lino Spadaro, Pino Costalunga e Andrea Pennacchi che è il povero diavolo che dà il là alla tragedia. A completare il cast Michele Modesto Casarin, Maria Grazia Plos e Eleonora Bolla. Attori forse non troppo aiutati dalle scene (fredde e astratte) di Paolo Fantin.
Resta da dire del regista: Damiano Michieletto. Astro nascente della regia non solo veneta, tra prosa e lirica, Michieletto tiene bene il lavoro ma fa almeno un paio di passi falsi. Come la morte della madre, peraltro non prevista nel testo, che si risolve in un accasciarsi in quinta, con la povera Aslanidis costretta a restare in terra mentre gli altri recitano. O prima ancora un "coro" di voci amplificate, che starebbero a richiamare l'ossessione che scuote il protagonista: effettaccio da pirandellismo un po' manierato e terribilmente déjà-vu.
Visto al Teatro Goldoni di Venezia
Le prossime date dello spettacolo
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di andrea porcheddu
(23:50 - 25 feb 2010)
Voto utenti:
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tramonto, damiano michieletto, giancarlo previati, nicoletta maragno, renato simoni, la contrada