Era l'8 marzo, la cosiddetta festa delle donne: festa nata con un senso e uno scopo, oggi troppo spesso ridotta a mimose forzate e cene fuori di donne vestite con abiti aggressivi. Panterate, tigrate, leopardate: queste donne a caccia di maschi e di riti collettivi sono sempre più deprimenti. Ma per le strade di Verona, la città che vorrebbe essere romantica a tutti i costi, si aggirava anche una strana Giulietta: non c'era nessun Romeo ad attenderla sotto al celebre balcone, ormai tristemente parificato ai lucchetti di Moccia da graffiti e post-it affissi ovunque. Era, semmai, una Giulietta solo, amareggiata, illusa e disillusa.
Stiamo parlando della Giulietta scritta da Federico Fellini, quella folgorante intuizione - sospesa tra autobiografismo e sogni, tra psicoanalisi e flusso di coscienza - che diventerà nel 1965 il film Giulietta degli spiriti. A Verona, insomma, la Fondazione Aida ha scelto di portare in scena questo delirante e suggestivo viaggio nel mondo interiore di una donna. Lei è là, sola in una casa-mondo, persa tra illusioni e frustrazioni: parla di sé, si perde, si ritrova. Nel lungo monologo interiore Giulietta si confronta e si svela, si cela e si maschera parlando con i suoi "spiriti", con quelle voci che sono l'unica valvola di sfogo e di confronto serrato con se stessa. Già, perché Giulietta è vittima del più antico e banale dei tradimenti: il marito, l'uomo cui ha dedicato la vita, va con un'altra. E lei, ovviamente, si mette in discussione.
È un lungo flusso di coscienza, dunque: amaro, grottesco, folle. Senza troppi romanticismi, se non quelli che la donna avrebbe voluto, avrebbe sognato. Lo spettacolo, diretto con cura e grazia dal giovane Lorenzo Bassotto, è un lieve canto, un vortice che avviluppa in un clima antichello di balera, una giostra visionaria e sconclusionata che lascia con la testa che gira e un senso d'amaro in bocca. Per fortuna il regista fa piazza pulita del "fellinismo" manierato, e ambienta la storia in un elegante spazio retrò, dove brillano lucette che potrebbero essere diamanti scintillanti. Poi c'è lei, Giulietta: ha una maschera, un trucco le copre e snatura il viso. Poi, lentamente, troverà le sue fattezze. In scena è la giovanissima Monica Ceccardi: con un tailleurino composto, fa del suo personaggio una creatura umanissima. Già tempo fa Walter Malosti e Michela Cescon si erano confrontati con il testo di Fellini: e lì, complice la scrittura nitida dell'adattamento firmato da Vitaliano Trevisan, il lavoro virava su tinte aspre, dando spazio a nevrosi e tensioni, che rimandavano più a Beckett che non al Federico nazionale.
Qui tutto sembra più morbido, sinuoso, forse più semplice, forse più vero. La Ceccardi è brava, si muove con grazia, ha sonorità e giochi vocali che potrebbero rimandare alla verve interpretativa di Ermanna Montanari, la "macchina attorale" del Teatro delle Albe, specie quando - in apertura - assume carattere e toni da bambolina micidiale. E nel bel teatro Camploy, nella zona universitaria e militare della città, Giulietta della Fondazione Aida riscuote un caldo e convinto applauso.
Visto al Teatro Camploy di Verona
di andrea porcheddu
(16:12 - 17 mar 2010)
Voto utenti:
30/06/2011
Fine famiglia
28/06/2011
La modestia di Spregelburd
27/06/2011
Brilliant Corners
25/06/2011
Attila alla scala
24/06/2011
Povera gente